NERO (Una storia suggerita da lei, completamente di fantasia) – Quarta parte

di cristinadellamore

Tra la cameriera inginocchiata ai suoi piedi ed io che gli faccio i complimenti il barista perde per un istante il suo rigoroso controllo, sgrana gli occhi e fa un mezzo sorriso. Un attimo dopo la cameriera si rialza e fila via in cerca probabilmente del bagno, gli occhi sbarrati, una smorfia che la imbruttisce e nella quale si mischiano rabbia e vergogna; se il barista crede di dominarla in questo modo penso proprio che abbia fatto male i suoi calcoli, questa è una donna che lo odia e che si prenderà la sua vendetta non appena potrà.

“È un po’ meccanica, ma è molto meglio così che in qualsiasi altro modo. Non è fatta per fare la puttana, non capisco perché non è riuscita a catturare qualcuno che la mantenga e insista a lavorare e studiare”, ridacchia il barista. Poi china di nuovo la testa sui suoi bicchieri da lucidare: stanno arrivando altri clienti e, prima che ci possano essere fraintendimenti, faccio per sparire da qualche parte.

“Meglio che resti qui. È questo il momento in cui arriva il tuo amico”, mi ferma il barista senza guardarmi. No, mi allontano un po’ per sfuggire alle occhiatacce delle ragazze che non vogliono concorrenza e mi trovo tra le braccia la cameriera; ha ancora gli occhi rossi, ancora le labbra tese in una smorfia, e mi chiede scusa con un mezzo bisbiglio. Però non fa niente per allontanarmi, resta lì, ad un niente da me, e mi viene una gran voglia di baciarla.

Io resisto a tutto tranne che alle tentazioni. La bacio e, dopo un istante, lei reagisce e risponde socchiudendo le labbra e cercando la mia lingua con la sua; molto bene. Sono io ad interrompere il contatto dopo un tempo soddisfacente, quanto basta per apprezzare il tepore ed il sapore di una bocca, prima di dover cominciare a respirare affannosamente dal naso. Ci guardiamo negli occhi, la ragazza sorride e mi dice che non si fa così, lei non può permettersi di regalare niente; io ribatto che mi è proprio sembrato che le sia piaciuto e comunque va bene, un altro e facciamo tutto un conto. No, dice lei, il secondo è gratis; e mi infila un palmo di lingua in bocca e intanto mi abbraccia e mi piazza una mano sul culo. Stringe anche, quasi per verificare le condizioni o, forse, per essere certa che non porti una pistola in una fondina posteriore. Quando si tira indietro le brillano gli occhi.

Quando stacco, domani mattina, dice ancora, puoi portarmi a casa tua, e poi mi lascia lì e corre quasi da una coppia di clienti, due uomini dall’aspetto mediorientale che si sono seduti ad un tavolino quasi alle mie spalle e che magari hanno apprezzato lo spettacolo. Mi passo la lingua sulle labbra per controllare lo stato del rossetto: sono quasi certa che ha resistito ma ho comunque bisogno di uno specchio e di due minuti di intimità, a costo di affrontare il bagno di questo locale che non è certamente approvato dall’Ufficio di Igiene.

“Dove eri finita?”, mi chiede il barista quando ritorno al mio posto di combattimento. “C’erano due clienti che chiedevano di te, magari ti potevano essere utili”. Immagino di sapere di chi sta parlando, e comunque non ci sono più ragazze appollaiate sugli sgabelli, gli affari vanno a gonfie vele. “Anche la tua nuova amica si è messa al lavoro coscienziosamente, guarda lì”. Seguo lo sguardo del barista verso il tavolino dei due mediorientali (o che almeno ci assomigliano, magari invece sono di Abbiategrasso, per dire) e vedo la cameriera seduta in grembo ad uno dei due. Si è tolta la maglietta e la sua schiena nuda e pallida brilla quasi nella poca luce.

“Dovrebbe essere una lap dance, ma ovviamente si concluderà con qualcosa di più, ed in questo è abbastanza brava, te l’ho detto. Però l’altro si limita a guardare e non mi sembra bello. Anche perché, guarda caso, è proprio quello che ti interessa”. Non può essere una coincidenza, mi dico, e mi chiedo vagamente per chi lavori la cameriera; è escluso che lavori per il Capo, che non ammetterebbe mai uno spreco del genere. Comunque mi avvio, anche se, come dico al barista, non sono vestita per l’occasione.

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