Preconsuntivi – Sesta parte

di cristinadellamore

(Segue da qui)

Già, perché qui, per quanto strano possa sembrare, c’è anche un piccolo e prezioso ristorantino: Lucia mi ci accompagna e meno male perché nell’ufficietto stava per venirmi un attacco di claustrofobia, alla fine della brevissima trattativa, mi invita ad una tardiva prima colazione o ad un pranzo di lavoro un po’ in anticipo ed io accetto, visto che, a questo punto, devo farmi anche un po’ di affari miei. Inutile dire che si mangia benissimo, ed è tutto molto sano, l’ideale, mi dice la mia ospite, per essere in forma. Facile a dirsi, con quel fisico: scommetto che se si abbuffasse ogni giorno non se ne accorgerebbe nessuno, e comunque il petto di pollo con verdure grigliate è gradevole e se davvero c’è pochissimo olio non me ne accorgo nemmeno.

Su questo tavolo un po’ in penombra, in un angolino seminascosto che sembrerebbe abituato ad accogliere incontri di altro tipo, tra un boccone e l’altro discutiamo, trattiamo (ed ho una ennesima conferma che sì, le donne sono decisamente più toste in questo campo) ed alla fine Lucia quasi con lo stesso gesto dichiara che va bene e ordina ad un invisibile cameriere il caffè.

E adesso parliamo d’altro, sembra dirmi porgendomi la tazzina ed offrendomi l’alternativa tra zucchero e miele. Io mi rilasso solo a contratto firmato, per la verità, ma penso di poter fare un’eccezione, dal momento che ripasserò di qui dopo le cinque con il contratto; quindi bevo il caffè con un po’ di miele e formulo la mia richiesta, mi viene quasi un colpo poi mi riprendo e dico che va bene, ci sto, la mia carta di credito può permetterselo.

E insomma, leggera come una piuma arrivo in ufficio appena in tempo per assistere alle ultime fasi di una accesa discussione (diciamo così, in effetti si stavano mangiando reciprocamente la faccia) tra il direttore generale ed il direttore commerciale. Ignoro il motivo, ma quando i capi sono così agitati l’unica cosa è farsi piccole piccole ed aspettare che passi: non ne può venire nulla di buono.

E infatti, mi becco una lavata di testa dal direttore commerciale, che è ancora viola per l’incazzatura ed ha deciso di smaltirla con me. Pessima scelta, visto che io non faccio altro che aprire l’ombrello ed aspettare che smetta di piovere, una cosa che ho imparato fin dai tempi di scuola, quando i professori se la prendevano con me e generalmente avevano ragione.

Il direttore commerciale non sembra soddisfatto dalla mia reazione; forse è abituato a ridurre gli interlocutori ad ammassi di gelatina tremolante e la mia imperturbabilità lo costringe a dubitare di se stesso. Quando finalmente si interrompe per prendere fiato ed è viola in faccia, non saprei dire se per l’apnea o per l’incazzatura, rispondo spiegandogli che ho appena chiuso un contratto e che avrà il rapporto di oggi con i soliti tempi, grazie, e domani ci dobbiamo vedere per cinque minuti, prima di andare via gli mando un promemoria (che poi sarebbe sull’elenco dei miei clienti che dovrebbe essere pronto per stasera, ma io tra un po’ avrò da fare, e parecchio, grazie).

Da viola il mio interlocutore diventa bianco, balbetta qualcosa come potevi dirlo subito, che è il massimo delle scuse che ci si può aspettare in queste occasioni, gira sui tacchi e sparisce. Meglio così. Anche perché ho da fare: stampo il contratto, lo rileggo, lo limo, lo correggo e lo ristampo, saluto i colleghi che rientrano dopo i giri esterni ed hanno una espressione poco entusiasta, come se non avessero combinato niente e mi dispiace per loro, mando un messaggio al nerd e parlo con il ragioniere pensionando che sta ancora lavorando all’elenco e finalmente si fa l’ora di andarmene.

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