Preconsuntivi – Quinta parte

di cristinadellamore

(Qui la puntata precedente)

Visto che non amo restare con le mani in mano frugo prima nella memoria e poi nel mio archivio per trovare un numero di telefono. Ormai un paio di anni fa ho chiuso una bella vendita con un piccolo hotel di charme nel vecchio centro, tra piazza Navona e Castel Sant’Angelo. Non l’ho trovato negli elenchi degli ex clienti, e sì, dalle schede di lavorazione scopro che infatti ancora lavora con noi. E sì, in realtà ho voglia di tornare a fare quattro passi da quelle parti, e poi ho un progettino tutto privato in mente, comunque posso provare a fare una telefonata, tanto per cominciare.

In realtà non la faccio, o almeno non subito. Brusio in corridoio, e poi nella nostra stanza, che ho lasciato vuota e non presidiata. Anche se non c’è nulla che qualcuno possa rubare, mi affaccio e trovo i venditori a provvigione pura che occupano le scrivanie, brontolano e sono più scuri in viso dei loro abiti. Faccio appello a tutta la buona educazione possibile per salutare e, sorpresa, non vengo omaggiata da neanche un falso sorriso da commerciale; ci deve essere decisamente qualcosa che non va e che coinvolge anche quelli che non sono neanche dipendenti. Bene, mi estraneo per quanto possibile tra pc e telefonino e faccio la mia chiamata, mentre i venditori escono in fila indiana. O non hanno più niente da dirsi, o sono abbastanza educati da lasciarmi lavorare.

Chiamo il numero personale del direttore amministrativo, una quantità inconcepibile di squilli e finalmente qualcuno mi risponde. Però è una voce di donna, molto giovane e con un accento che non riconosco, non quella profonda e molto romana di un uomo di mezza età come ricordavo essere il cliente.
Mi scuso, mi presento, spiego chi sto cercando e suggerisco che potrei aver sbagliato numero, e in risposta ho una risatina di gola molto sexy. No, mi dice, sono io il direttore amministrativo, adesso, può chiamarmi Lucia, e sì, ho capito di cosa vuole parlare, e mi sembra un’ottima occasione per conoscerci, occupo questa posizione da poco.

Se non lo prendi subito non lo prendi più, l’appuntamento; posso arrivare lì in venti minuti con lo scooter, perché non ci vediamo adesso, suggerisco. In genere a questo punto c’è sempre un breve silenzio, il mio interlocutore ci deve pensare. Stavolta invece il sì arriva subito, assieme ad un invito a pranzo. Sembra curiosa, ma credo di essere più incuriosita io. Quindi mollo tutto, saluto il receptionist/segretario/factotum che mi risponde con un avaro cenno del capo e via, e in realtà ci metterei molto meno di venti minuti non fosse per i sensi unici che mi incaponisco a rispettare anche con lo scooter. Alla fine, arrivo appena puntuale, chissà, magari avrei fatto prima con l’autobus.

Chiedo di Lucia al concierge e vengo indirizzata verso un piccolo ufficio, sottoscala tipo Fantozzi, nel quale sta a malapena una scrivania, alla quale è seduta una bionda dall’aria esotica. Alza la testa dal tablet sul quale sta lavorando e si alza in piedi con un sorriso. Si alza e continua ad alzarsi per un tempo infinito: sarà alta due metri, perfettamente proporzionata, un bel paio di occhioni azzurri, un gran seno messo in evidenza da una maglietta stretta. Quando gira attorno alla scrivania mi rendo conto che i jeans stretti, stinti e sapientemente strappati coprono un gran bel paio di gambe. Vedo anche che porta scarpe da ginnastica, quindi i due metri che dimostra sono tutti suoi: insomma, uno spettacolo, l’ideale per farmi sentire piccola e nera ed anche obesa perché ad occhio le rendo trenta centimetri ma dovremmo avere più o meno lo stesso peso.

Presentazioni, salda stretta di mano, in qualche modo ci accomodiamo ed io parto con il mio discorsetto preconfezionato e vengo interrotta cortesemente a metà della seconda frase; questa Lucia, che poi dovrebbe essere Lusja o qualcosa di simile perché è baltica non ha tempo da perdere, sa quello che vuole e vuole spendere il meno possibile. D’accordo, se prende un altro paio di programmi tipo tesoreria, contabilità o ristorante facciamo un prezzaccio e possiamo permettercelo.

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