Viaggi – Sesta parte

di cristinadellamore

La doccia, poi, non l’abbiamo fatta, ma non ha importanza. Io sono perfettamente a mio agio, sento l’odore di lei su di me e lei sente il mio, al tavolo del ristorante proprio davanti una grande finestra sul golfo. Il panorama, dopo il tramonto, è spettacolare, ma io guardo solo lei e sono certa che lei guardi solo me, e mi veda bellissima ed innamorata. Soprattutto, lei mi guarda negli occhi e vede che la desidero, sempre, e che desidero essere sua per tutta la vita. E siccome io leggo la stessa cosa negli occhi di lei va tutto bene.

Spaghetto allo scoglio, pezzogna all’acqua pazza, il tutto innaffiato da un bianco dall’etichetta importante e dal gusto un po’ particolare, tutto diverso da quelli che lei sceglie di solito. Ne faccio cenno, un po’ timidamente, e mi merito un sorriso assolutorio ed una fugace carezza, attraverso il tavolo, sulla mano che regge ancora il bicchiere. “E’ vino del territorio, amore”, mi spiega, “Greco di Tufo, e sì, hai ragione, in genere io preferisco qualcosa di più morbido. Se non ti piace ordiniamo un’altra bottiglia”. No, per carità, va benissimo così, e ad ogni sorso provo ad associare il gusto della sua carne, della sua pelle e della sua bocca, più che quello dei crostacei e del pesce che ho nel piatto.

Di nuovo la carezza alla caviglia si aggiunge a quella dello sguardo di lei su di me; gli occhi castani brillano e non dipende certo dalla candela sul tavolo, e nemmeno dal cibo o dall’atmosfera, di questo sono certa. Lei svuota il bicchiere, rifiuta con un gesto caffè, limoncello e qualsiasi altra cosa, porge la carta di credito e mi sorride di nuovo, mostrando i denti. Mi sembra di sentirli sui capezzoli ed ho fremito; lei se ne accorge e mi tiene sottobraccio per tutto il tempo che ci mettiamo ad arrivare in albergo. Riesce anche a farmi da cicerone e mi spiega che se all’andata siamo passate per il lungomare, adesso torniamo per Santa Lucia, una strada che racchiude le contraddizioni di Napoli.

“A destra, i palazzi eleganti, una altissima borghesia delle professioni incrociata con la piccola e media nobiltà. Abitazioni, studi professionali, cominciano ad arrivare anche uffici, con portieri in uniforme e, negli appartamenti, camerieri in rigatino e cameriere con la crestina; a sinistra il Pallonetto, case corrose, vicoli bui e tutto il resto, come e più di quello che hai visto dietro via Toledo quando siamo arrivate”. Non saprei, ma mi piace camminare in questa città, e nonostante il degrado alla nostra sinistra ed il lusso alla nostra destra mi sento quasi a casa e certamente non in pericolo. La strada fa un’ampia curva, poi comincia a salire e ci porta all’imbocco di via Toledo. Mi rendo conto che le distanze, in questa città, sono ingannevoli ed elastiche.

Lei si ferma davanti ad un bar dall’eleganza liberty, mi chiede se voglio un caffè o bere qualcosa. No, rispondo, portami in albergo, dobbiamo ancora fare la doccia, ma andiamo piano, mi piace camminare qui con te.

C’è gente in giro, non è tardissimo, e lei mi indica un palazzo non dissimile dagli altri, un balcone che mi sembra di poter toccare anche se è un secondo piano, e mi dice: “Il bisnonno abitava lì, adesso credo che ci sia un fratello del nonno che non vedo da parecchio e mi dispiace”.

Tutto chiuso, magari è fuori. Ma quanti anni ha? E gentilmente lei mi spiega che il nonno era il più anziano di tre fratelli, quello che ho conosciuto tempo fa a Roma è il più giovane, quattordici anni di meno, e questo qui è quello di mezzo, esattamente sette anni in meno del primo e sette in più del terzo. Comunque non è un ragazzino, ovviamente. Ha voglia di cercarlo? Lei mi stringe un po’ più forte la mano prima di rispondere: “Meglio di no, qui ci sono anche dei cugini di papà, l’altro ramo della famiglia, se cominciamo a cercare i parenti non abbiamo più tempo per noi. Diciamo che siamo in incognito”. E intanto mi sono finalmente orientata, siamo ad un passo dall’albergo e proprio nell’atrio lei mi bacia ancora, senza incertezze, tenendomi sempre più stretta.

“Adesso la doccia, amore. Mi aiuti, per favore?”, mi chiede una volta entrate in camera. Ma certo. La spoglio gentilmente rubando qualche carezza e, alla fine, un bacio, quasi mi strappo di dosso i vestiti e intanto lei si infila in bagno, dove la raggiungo quasi di corsa.

“Sotto la doccia, avanti”, mi incita lei, che sta già cominciando ad insaponarsi. L’acqua è alla temperatura ideale, poi lei chiude il rubinetto e dimentico tutto quando mi abbraccia e comincia a muoversi contro di me. Mi sta insaponando con tutto il suo corpo, mi fa cenno di girarmi ed è il turno della schiena; mentre si muove mi tiene ferma artigliandomi le tette: le dita di lei conoscono perfettamente ogni curva del mio corpo e sanno dove accarezzare, toccare e stringere.

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