Viaggi – Quarta parte

di cristinadellamore

(Segue da qui)

“Hai sentito, vero? Sono pronta per te come tu lo sei per me, non perdere tempo”, dice al mio orecchio. E allora la spingo gentilmente sul letto, la seguo ed entro dentro di lei in un colpo solo. Lei mi accoglie e sento che è rovente; le cosce di lei stringono i miei fianchi, le mani di lei sulle natiche a spingere ed incitarmi. Spingo, e lei mi viene incontro. Farebbe ridere se non fosse bellissimo, io ho ancora la felpa ed i pantaloni attorno alle caviglie, lei mi infila le unghie nel culo, io la bacio per soffocare il lamento di piacere che mi sta per uscire dalla bocca, poi io sbatto le palpebre, lei annuisce e sposta una mano, trova il bottone dello strap-on e fa partire la vibrazione, e finalmente, in un istante, esplodiamo insieme. Lei riprende fiato dopo aver fatto risuonare la sua risata di gioia, ancora sotto di me, mi scompiglia i capelli e dichiara: “Hai cinque minuti, poi te lo succhio e ricominciamo”.

Ci risvegliamo al mattino, abbiamo dimenticato di chiudere le imposte ed attraverso le tende leggere il sole ci colpisce dritto in faccia. Colpisce me, perché lei dorme di traverso, il capo sul mio grembo, e per tutta la nostra breve notte di sonno il suo respiro mi ha gentilmente accarezzata proprio lì dove sono sensibile ad ogni suo tocco. Anche lei è sveglia: muove una mano per accarezzarmi e mi dice, senza neanche voltarsi: “Questo giocattolo vale ogni centesimo che abbiamo speso, stasera lo metto io”. Ma certo. E adesso?

“Adesso doccia e colazione. Dobbiamo prendere fiato, amore”.

La sala della prima colazione è all’ultimo piano, mi seggo e mi trovo davanti il Golfo e, sullo sfondo, il Vesuvio, e insomma è proprio come una di quelle cartoline che ho sempre immaginato. Ma c’è di più: per la prima volta bevo il caffè napoletano, mangio una sfogliatella, anzi due, una riccia ed una frolla visto che sono piccole e vanno giù in un boccone; se la cena di ieri è stata sì gradevole ma non eccezionale, questa prima colazione mi sconvolge.

“È il panorama, il gusto, ed anche la buonanotte che ci siamo date, amore. Mangia ancora, ci penso io”, e lei si alza, riempie il piatto di sfogliatelle e me lo porge. Lei ha bevuto il suo caffè, e adesso sta mangiando con buon appetito un piatto di uova strapazzate. “E dovrai prenderne un bel po’ anche tu, amore, oggi si cammina, e stasera ho intenzione di stancarti ancora di più”. Obbedisco.

Come descrivere il centro storico di Napoli, il Cristo Velato, le piazze, le strade e le chiese? Non ci riesco e non ci provo neanche. Scarpe basse e comode e gambe in spalla, e meno male che ho avuto la pancia piena per tutto il giorno. Sì, perché abbiamo saltato il pranzo, ed io ho ottenuto solo un altro ottimo caffè. Alla fine, quando siamo uscite dall’ultima chiesa che abbiamo visitato (“Ho lasciato il duomo per ultimo, ti è piaciuto, amore?”, mi ha chiesto lei), mi sono accorta che il cielo era diventato scuro e che avevo un buco nello stomaco. Le gambe, invece, reggevano ancora bene, grazie ai chilometri di corsa macinati quotidianamente con lei.

“Facciamo tappa in albergo, ma non metterti in mente strane idee: solo per lavarci e cambiarci, ci mettiamo un po’ eleganti per la cena”. E sia, a turno doccia e cambio d’abiti, io metto il tailleur pantalone, lei un vestito di qualche anno fa, accollato, con le maniche lunghe, ma corto ed aderente che la fascia come un guanto. Desiderio e gelosia, e lei si copre col trench sorridendo. Così va meglio.

Va ancora meglio poco dopo. Quattro passi, due traverse più in là oltre la grande piazza che scende verso il porto, un ingresso un po’ strano, visto che c’è soltanto il forno per le pizze, una rampa di scale e poi un locale molto elegante. Ci accomodiamo al tavolo sulla veranda, e lei ordina le pizze ed il vino rosso che a Roma non sempre troviamo, quello un po’ frizzante che sembra lambrusco. Sono stanca, ho fame e sete e ne mando giù un bicchiere in un sol sorso. Lei sorride, le brillano gli occhi e sento una carezza sulla caviglia: si è sfilata una scarpa e mi fa sentire quanto mi desidera, anche stasera.

“Vacci piano, amore. Sembra acqua minerale ma è alcolico come ogni altro vino”. Mi passo la lingua sulle labbra, lei incurva le sue per mandarmi un bacio. Non vedo l’ora di giocare di nuovo, e neanche la pizza mi fa smettere di pensarci. E sì che è ottima, molto diversa da quella che mangiamo a Roma e che pure ci viene venduta per napoletana. Per di più, alla fine mi sento perfettamente sazia, e mi sembra che anche lei sia nelle stesse condizioni.

Camminiamo abbracciate fino all’albergo, e lei mi stringe forte mentre mi chiede: “Fammi una sorpresa, amore, ti va?”. Certo che sì, e sono anche pronta, quindi le rispondo che va bene, e che lei può andare in bagno per prima, e metterci tutto il tempo che vuole. Chissà cosa immagina, mi chiedo assaporando il ricordo del bacio che mi ha dato prima di chiudersi la porta del bagno alle spalle. Mi spoglio in fretta e frugo in fondo alla piccola borsa per trovare quello che mi serve e che ho comprato prima di partire, al negozio di lingerie carissima accanto all’ufficio, lo indosso, spengo la luce centrale e mi infilo sotto le coperte nella gradevole penombra creata dalla lampada sul comodino di lei.

“Sei bella, amore”, mi dice lei che è finalmente uscita dal bagno; le volto le spalle, devo essere una macchia nera di capelli sul cuscino, la linea del corpo sotto la coperta che mette in evidenza le curve. Con gesto sicuro poggia le labbra alla base del collo, provocandomi un brivido, e mi scopre in un colpo solo. L’effetto delle calze bianche e della giarrettiera rossa, e nient’altro, è quello che mi aspetto. Un ginocchio tra le gambe per aprirle, un abbraccio con le mani di lei che cercano e trovano il mio seno, lo stringono fino a togliermi il fiato, lei che mi pesa addosso e mi gira a pancia sotto. Sento lei vicinissima, il respiro accelerato, il calore dell’inguine contro le mie natiche, comincia a muoversi, spinge e si strofina contro di me, mi morde forte sulla spalla ed apro le gambe ancora di più soffocando il gemito di dolore contro il cuscino.
“Mi senti, amore?”, mi chiede lei continuando a muoversi. Ha preso il ritmo, comincio a sentire il gradevole peso nella pancia che preannuncia il piacere, e non mi era mai capitato così in fretta; lei mi chiede ancora: “Mi senti? Dimmelo, amore, dimmelo!”, ed io dico di sì, la sento forte, mi fa stare bene così.

“Sei mia, amore, dimmelo!”, e nella voce di lei c’è tutta l’urgenza del sesso allo stato puro, del piacere che sale e che ci sta riempiendo. Certo che sono sua, lo grido quasi, la bocca sul cuscino, il peso di lei su di me, le mani che mi stringono, i corpi che si fondono. Restiamo così, anche dopo.

“Per una notte di nozze è durato troppo poco, amore”, mi dice lei senza muoversi. “Ma possiamo ricominciare, e se vuoi puoi metterti sopra”.

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