Preconsuntivi – Prima parte

di cristinadellamore

Il ragioniere pensionando ha fatto un ottimo lavoro: quattro fogli fitti di nomi e cifre, e intendo proprio fogli di carta, come quelli sui quali facevo i compiti in classe quando andavo a scuola. Allora, quando i professori me li restituivano, in genere erano pieni di segnacci rossi e blu, ma questa è un’altra storia. Adesso, questi fogli possono significare, ben più di allora, la mia carriera ed il mio futuro quindi li leggo finché numeri e lettere si confondono senza riuscire a capirci molto; l’unica cosa che mi viene in mente, alla fine, è di fotografare tutto e spedirlo al nerd che, beato lui, stamattina è stato qui per una mezz’oretta e poi è sparito dopo avermi scroccato il caffè – non quello alla macchinetta ma al bar qui sotto, il più caro del quartiere; ha anche voluto sedersi al tavolino e farselo servire, accidenti a lui.

È tardi ma non sono rimasta sola in ufficio. La porta del direttore generale è ancora chiusa e lui è lì dietro a fare chissà cosa, e c’è anche il segretario/receptionist/factotum, rigidamente seduto al suo posto, gli occhi fissi sull’enorme schermo del suo computer: non ho la minima idea di cosa stia facendo, anche lui qui a quest’ora, molto banalmente aspetta che vada via il direttore generale, forse.

Dovrei avvertire lei, dare un segno di vita. Ho mandato un messaggio mentre mangiavo la mia frutta durante l’intervallo per il pranzo e da allora non mi sono più fatta sentire. Modesta scusa, ho avuto moltissimo da fare con i miei vecchi clienti, che non sanno che sono stata sollevata dall’attività ordinaria e continuano a chiamare me per l’assistenza post-vendita. Scrivo il messaggio sul mio telefono personale ma non riesco a farlo partire perché quello aziendale prende vita: è il nerd, che mi chiede cosa dovrebbe fare di quello che gli ho spedito. La risposta è semplice, deve mettere giù quei dati in maniera comprensibile, infilarli magari in un foglio di calcolo e preparare anche una presentazione al computer. E subito, visto che domani devo riferire ai grandi capi, e sarebbe bello capirci qualcosa.

La risposta è immediata. Davvero non hai capito niente?, leggo, stai andando alla grandissima. Dammi mezz’ora e ti mando tutto, conclude, aggiungendo i simboli dello yen, dell’euro e del dollaro, tutti in fila. Bene, a questo ci arrivo anche io, significa sì. Comunque mezz’ora significa che ho il tempo di arrivare a casa, modifico il messaggio per lei, spengo tutto e scappo via.

“Amore, sei stanchissima. Ti aiuto io, rilassati”. Lei mi ha aperto la porta, ha sicuramente sentito il rumore dello scooter e poi quello dell’ascensore, non posso credere che mi stesse aspettando nell’ingresso anche se, si vede, è preoccupata per me. La cugina mi ha tolto di dosso la borsa del computer, la borsetta ed il giubbotto tecnico, mi ha sfiorato la guancia con una carezza ed è sparita in cucina. C’è un gradevole profumo e mi accorgo di avere più che appetito, proprio fame.

“Stasera pollo al curry, ci abbiamo messo anche lo zenzero, so che ti piace, amore”. Lei intanto mi spoglia: niente di erotico, stavolta, mi sento una figlia più che una moglie in questo momento. Via scarpe e calze, giù dalle spalle il vestito quasi da educando, ampio e lungo fin sotto il ginocchio, che cade silenziosamente attorno a me – e lei si china, lo raccoglie e lo appende, potrà andare bene un’altra volta, non è tanto spiegazzato – infine via anche reggiseno e mutandine. Io vado in bagno portandomi appresso maglia e pantaloni di una vecchia tuta, ci vuole, siamo a maggio ma la sera e la mattina sembra marzo ed in casa fa piuttosto fresco.

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