Viaggi – Terza parte

di cristinadellamore

Che domanda, accanto a lei è tutto bellissimo, e intanto la mia borsa è vuota e lei mi aiuta a sistemarla in fondo all’armadio, accanto alla sua. “Non l’avevi mai vista? Era del nonno, che insegnava proprio qui a Napoli e viveva a Roma, mi è sembra adatta per l’occasione”.

Certo. Deglutisco, non ho niente da dire; siamo vicinissime e la bacio, che è sempre una buona idea. Lei ricambia, mi abbraccia e con un gesto tutto suo mi stringe una tetta, prima piano poi più forte mentre affonda la lingua fino in gola. Si stacca e mi sembra troppo presto, per dirmi: “Vai in bagno per prima e poi andiamo a cena. Stasera offri tu, amore”. Rispondo come sempre: sì.

Anche il bagno è lussuoso, c’è un cestino di vimini pieno di flaconcini dall’aspetto invitante e mi costringo a dominare la mia curiosità, non voglio fa aspettare lei. Faccio quello che devo fare e trovo che si è cambiata: porta la giacca del tailleur senza camicetta, le calze autoreggenti che le arrivano molto in alto sulle cosce snelle ed un paio di chanel col mezzo tacco che non le avevo mai visto; sul letto è sciorinata la gonna corta e stretta che mi piace tanto sollevarle pian piano.

“Non volevo provocarti, amore, ma hai fatto davvero in fretta”, mi dice lei. E poi aggiunge: “Chiudi gli occhi e resisti, ti prego”, proprio mentre sto per inginocchiarmi e baciarla lì dove desidero sempre; lo faccio, senti le sue dita sulla guancia come premio, e pochi minuti dopo siamo di nuovo per strada.

“Sono i Quartieri Spagnoli, stasera ceniamo ‘ncoppa ai Quartieri, come si dice a Napoli”. Mentre mangiamo in una trattoria che sembra la copia napoletana di quella che a Roma è vicino alla casa della cugina, lei mi spiega. Se ho capito bene, in questa zona erano alloggiati i soldati della guarnigione spagnola che, nel Sedicesimo Secolo, assicurava il controllo di Madrid sulla città e sul Mezzogiorno d’Italia. Vicoli stretti e bui, dai nomi improbabili, tipo Vico Figurella a Montecalvario, Vico Lungo Gelso, Via Portacarrese a Montecalvario e, soprattutto, Via Speranzella. Ad un passo da qui c’è una strada pedonale, vetrine eleganti, palazzi patrizi, insomma è una cosa un po’ curiosa, non avevo mai visto qualcosa del genere a Roma. E intanto apprezzo la pasta e patate e la pasta e fagioli (a metà dell’abbondante porzione ci siamo scambiate i piatti), e innaffio il tutto con un rosso servito in una caraffa senza etichetta, lei ha deciso di prendere solo mezzo litro.

“Domani sera pizza, amore, e toccherà a me, e domenica pesce, ovviamente, e andremo al Borgo Marinari”. Non ho idea di cosa stia parlando, per me va bene, come va benissimo che lei voglia rinunciare al secondo: finiamo prima, torniamo prima in albergo. Il conto è ridicolmente basso e ci danno anche la ricevuta fiscale, poi ci infiliamo di nuovo nei vicoletti, dove accanto alle bandiere del Napoli e alle insegne di panetterie e pescivendoli dai nomi di Totonno e Salvatore brillano anche quelle dei kebbabari e delle macellerie halal, Rashid e Ahmed. Interessante.

Nei vicoli c’è un po’ di vento fresco, l’impermeabile va bene, lei che mi abbraccia e mi bacia ogni tre passi va anche meglio. Ci fermiamo a lungo sull’ultimo angolo, davanti a noi le luci, le vetrine e la gente che passa, dietro il buio un po’ cupo. Lei si stacca un po’ dalla mia bocca per dirmi che mi ama. Lo so ma fa sempre piacere sentirmelo dire. Poi aggiunge: “Prima io mi sentivo così, sempre”.

Così come? Mi accorgo che siamo con metà della faccia illuminata e metà nell’oscurità, deve essere la metafora o il simbolo di qualcosa ma di cosa non saprei dire. O forse sì: a metà mancava una metà, senza di lei, adesso sono completa, forse vale anche per lei. Anzi, da come riprende a baciarmi, posso togliere il forse.

Tenendoci per mano attraversiamo la strada, percorriamo qualche altro metro e ritorniamo in albergo. Io non vedo l’ora ma lei ha voglia di giocare, si ferma a chiacchierare con l’impiegato dietro il bancone, impettito nella sua giacca scura con le chiavi incrociate sul bavero. Avesse dieci anni di meno sarebbe anche interessante, con tutti i capelli neri accuratamente tirati indietro a scoprire una fronte alta ed a mettere in evidenza gli occhi scuri e penetranti, ma ad occhio è ben oltre la cinquantina, la faccia molto segnata di chi lavora tanto e dorme poco, educato e competente. Quando non ce la faccio più lei saluta e finalmente prendiamo l’ascensore. Lei forse vorrebbe spiegarmi qualcosa ma io non le lascio il tempo di farlo, la abbraccio, la stringo nell’angolo e la bacio con tutta la furia, per staccarmi da lei quando finalmente l’ascensore si ferma.

“Benissimo, sei entrata nello spirito della serata”, dice lei aprendo la porta con la chiave elettronica, “guida tu”, conclude sfilandosi elegantemente il trench. È un gioco che ogni tanto facciamo, lo sconosciuto che ti rimorchia, e stasera lo sconosciuto sono io. Mi piace tutto quello che facciamo assieme, mi piace anche così. Certo, ho bisogno della protesi, chissà dove ha messo i giocattoli, non ho visto se sono stati tolti dalla valigia.

“Io vado a darmi una rinfrescata, tu mettiti a tuo agio”. Mi lancia un bacio e sparisce in bagno. Io apro l’armadio, cerco nella valigia di lei e la trovo vuota, ho una specie di illuminazione ed apro il cassetto del comodino di lei. Eccoli qui, in bell’ordine, ne ha portati parecchi. Faccio appena in tempo ad indossare quello adatto all’occasione ed a sistemare i jeans senza che mi dia troppo fastidio e lei ricompare, avvolta da una nuvola di un profumo che non conosco: questa è una parte nuova del gioco, serve – immagino – a rafforzare l’idea degli sconosciuti.

“Vieni qui, tesoro”, mi dice restando in piedi a tre passi da me. Siamo ai piedi del letto, le vado incontro e la abbraccio con forza, con forza la bacio e mi accorgo che ha sbottonato la giacca per mostrare un reggiseno a balconcino che non le avevo mai visto, da quale sporgono i capezzoli dritti. La bacio ancora, le forzo le labbra con la lingua e prendo tra due dita un capezzolo. Lei geme contro la mia bocca, e non per gioco. Comincio a stringere finché non mi dice: “Un po’ più piano, tesoro, ti prego”. Io spingo avanti il bacino, e nemmeno io lo faccio per gioco: desidero lei da stamattina, quando siamo uscite di casa e ci siamo divise alla fermata dell’autobus, poi da oggi pomeriggio quando ci siamo incontrate alla stazione, c’è tutta l’urgenza di avere lei, finalmente, nuda tra le braccia.

“Non è che hai una pistola in tasca, tesoro?”, scherza lei, ed io le sfilo la giacca, cerco il gancetto della gonna e lo apro, poi abbasso la testa e comincio a baciare il seno che mi si offre mentre lei sposta leggermente il busto all’indietro restando incollata a me dal ventre in giù. Le mani di lei, agili e sicure, si spostano dai miei fianchi, cercano e trovano a loro volta il bottone e la lampo dei jeans, con forza insospettabile li calano a mezza coscia assieme alle mutandine.

“È bello, è duro e grande, direi”, ed è quasi un sussurro, neanche questo è un gioco, mentre lei accarezza gentilmente lo strap-on che ora punta orgogliosamente verso l’alto. Lei ha anche fatto mezzo passo indietro, quanto basta per lasciar cadere a terra la gonna, ed io so che le calze autoreggenti che indossa arrivano molto in alto sulle cosce, come ad indicare la strada. Strada che io seguo con due dita, arrivo a destinazione, sfioro ed accarezzo a mia volta e sento lei che sobbalza: no, non le ho fatto male.

 

 

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