Elenchi – Quinta parte

di cristinadellamore

Entriamo, chiedo della titolare e mi trovo subito davanti una rossa alta e con una gran testa di ricci, elegantissima in nero, un abito lungo e fasciante, senza maniche e molto scollato che può decisamente permettersi: un paio di tette lattee più spettacolari delle mie che sfidano la forza di gravità. Mi stringe la mano con un bel sorriso, labbra rosse e denti bianchissimi, che arriva fino agli occhi verdi e bistrati, molto allungati. Presento lei e la cugina senza ottenere alcuna reazione particolare, sempre lo stesso sorriso affascinante, se è fatto per lavoro devo imparare ancora qualche trucco.


La titolare ci prega di seguirla, ci ha tenuto libero un salottino all’ammezzato del palazzo patrizio, ci spiega, e ci fa strada attraverso la sala, ne approfitto e mi guardo attorno, per distrarmi dall’ipnotico ondeggiare di un sedere alto e tondo, messo in evidenza dal taglio e dalla stoffa dell’abito; il locale è pieno, brusio sommesso, camerieri rapidi e silenziosi, niente candele sui tavoli, niente musica di sottofondo. Qui si viene per mangiare, e bene.
Una scala a chiocciola. Vista dal basso, la titolare è ancora più impressionante, anche perché l’abito ha dei profondi spacchi che scoprono le gambe fino all’anca. Lei è dietro di me, e so che si sta saziando con la vista che le offro; non ho il diritto di essere gelosa dello spettacolo riservato alla cugina, date le circostanze, ma lo sono lo stesso. Questo fa di me una brutta persona? Lo chiederò a lei, dopo averle descritto minuziosamente la rossa e aver fatto l’amore: così le ritornerà voglia, mi prenderà con furia e soffocherà col la bocca i miei lamenti. Mi bagno improvvisamente e quasi non sento la titolare che ci invita ad accomodarci.
Tavolo elegantemente apparecchiato, secchiello d’argento ed è la rossa in persona a versarmi un fondo di vino bianco che profuma di erbe ed ortaggi, un gusto di peperone fresco: non ho visto l’etichetta ma deve essere qualcosa di molto pregiato. Ovviamente faccio cenno di sì, va benissimo, e ritrovo abbastanza voce per chiedere alla titolare di fermarsi con noi. No, non ho ancora rinunciato a fare il colpo grosso, non solo riprendere il cliente ma addirittura prendere un contratto più ricco; la titolare lo capisce benissimo, altro sorriso abbagliante, e accidenti, perché dovrei essere io quella che affascina, cosa sta succedendo?
Lei mi poggia la mano sulla coscia, molto in alto. Lo fa sempre quando siamo a tavola, o almeno ogni volta che è possibile. Mi riprendo, ingaggio una battaglia di labbra semiaperte, tette in mostra (avessi previsto tutto questo avrei tolto il reggiseno), ciglia che sfarfallano e finalmente la titolare acconsente, dicendo che può solo per pochi minuti. Io mi rendo conto che c’è una quarta sedia che la attende, aveva previsto tutto.
Una coppia di camerieri irrompe nel salottino. Irrompe è troppo, sono discreti ed educatissimi, ma sono alti, spalle larghe messe in evidenza dalle giacche bianche, gambe lunghe negli attillati pantaloni neri, ed emanano tanto testosterone da saturare la stanza; in più, se fanno quarant’anni in due sono disposta a saltare la cena, che poi è composta da piattini che ci vengono disposti davanti a raggiera e su ognuno dei quali trova posto, meravigliosamente sistemato, al massimo un paio di bocconi. Cena di mare, a cominciare dagli spaghetti con le alici ed il pecorino (una piccola spirale di pasta avvolta attorno al pesce sfilettato appena scottato) per finire con il merluzzo all’acqua pazza (servito su un letto di pomodorini e di olive nere, con i capperi ridotti a crema che diventano una decorazione).
La titolare è rimasta con noi, tra un boccone ed un meritato complimento provo a chiudere la trattativa. Sono abbastanza vigile da accorgermi che il cameriere biondo ha colpito la fantasia della cugina e che quello bruno deve avere un rapporto non solo di lavoro con la rossa; lei invece mangia, apprezza e mi tocca dove più mi piace, senza curarsi d’altro. In effetti è proprio quello di cui ho bisogno: come al solito lei lo ha capito benissimo.
Bene, in realtà io ho portato con me il pc dell’ufficio, mimetizzato in una elegantissima borsa di pelle che mi ha regalato lei e che deve essere costata carissima. Sono certa che l’ha presa in saldo, ma so che viene dal negozio all’angolo del viale dello shopping, e lì anche i saldi si pagano a centinaia di euro alla volta. Quindi, mandato giù l’ultimo boccone del dolce, una piccolissima e delicatissima tarte tatin, bevuto l’ultimo sorso del vino da meditazione che lo accompagna, provo a chiudere. La rossa ci ha fatto compagnia per tutta la cena, dicendo ogni cinque minuti che doveva andarsene, ci ha spiegato in maniera abbastanza immaginifica i piatti, ha brindato con noi, ha flirtato con il cameriere bruno e dimostrato di apprezzare le occhiate che la cugina rivolgeva al cameriere biondo. Adesso non può tirarsi indietro.
Non lo fa. Le mostro quello che possiamo fare per il suo sito, le spiego come potremo gestirlo assieme agli account sui social media, le faccio vedere il demo del nuovo programma per i tavoli e le comande utilizzabile anche con i tablet dei camerieri ed integrato con il pos, insomma concentro in cinque minuti una chiacchierata di mezz’ora. La rossa, china sul video, si appoggia alla mia spalla ed espone una discreta quantità di pelle candida e perfetta. Per non distrarmi mi concentro sulle labbra sorridenti di lei e sul calore della sua mano contro la mia carne più sensibile.
È fatta, prende tutto e quasi non ci credo quando mi chiede delle paghe e contributi. Ha esternalizzato, mi spiega sgranando gli occhioni verdi, e forse noi possiamo sostituirci al suo service facendola risparmiare. Purtroppo no, sono competenze che non abbiamo, almeno per ora, e mi becco un’occhiata delusa, come se dopo avergliela fatta annusare avessi chiuso di scatto le gambe e dato la buonanotte lasciandola con un palmo di naso e la lingua da fuori. Niente male, come metodo per fare affari. Comunque questa potrebbe essere una proposta interessante, affiancare alla nostra attività core una società di servizi: devo chiedere al ragioniere di tirare fuori un po’ di dati su quanti clienti abbiamo perso per questo motivo.
Le porgo la mia carta di credito alzandomi per salutarla e mi merito un sorriso da innamorata: aveva davvero temuto che volessi scroccare la cena? Saluti, abbracci ed io sono un po’ sotto choc per la vendita e per l’addebito: spero proprio che almeno un terzo della cena passi in nota spese. Ne parlerò domani in ufficio, adesso andiamo a casa, so già come vorrà giocare lei: farà finta di essere la rossa e mi sedurrà.
Sarà bellissimo.

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