Anfibi – Seconda parte

di cristinadellamore

È piovuto, nei giorni scorsi, ed era fango, nel senso che il vento ha portato le nuvole dal Sud, cariche di sabbia del Sahara, e poi di umidità: la macchina è adesso color fango, come il mio scooter. Penso che bisognerà lavarla, e lei approfitta di un semaforo rosso per prendermi la mano prima di dirmi: “Sabato mattina, amore. Prima corriamo e poi andiamo assieme a fare un po’ di pulizia”.

Come al solito, mi ha letto nel pensiero. Mi godo per un po’ il tepore della carne di lei attraverso la tela spessa. Riesco a sentire i muscoli che si contraggono quando affonda il piede sull’acceleratore. Penso alle sensazioni che provo quando accarezzo la sua pelle e quando lei affonda la sua coscia tra le mie, e quasi non mi accorgo che siamo arrivate. Nel buio, riconosco l’ultima rotonda che affrontiamo sulla strada che porta al mare; lei però tira dritto, e dopo poco svolta a sinistra. Siamo arrivate, una stradina più sconnessa delle altre sulla quale si affacciano, ai due lati, villone un po’ pacchiane e, alle nostre spalle, l’aeroporto militare che costeggiamo per tutta la lunghezza prima di arrivare sulla litoranea.

Non siamo le prime, ci sono molte vetture parcheggiate un po’ alla come viene, è buio, ma lei infila di precisione l’utilitaria in quello che mi sembra un francobollo, spegne il motore e fa per uscire. Io non tolgo la mano e lei rimane ferma dov’è, mi guarda alla luce fioca della lampadina di cortesia e si sposta per baciarmi.

“Ti amo”, dice contro la mia bocca, “e ti farò una sorpresa, prima della fine della festa. E adesso andiamo, mia cugina ci aspetta”. Attraverso il giubbotto mi stringe una mammella, trova il capezzolo e lo strizza, mi fa male e mi fa impazzire in un istante. Andiamo, dunque.

Mi sembra più freddo e più umido che sotto casa, c’è un piccolo giardino da attraversare, appena illuminato da lampade al livello del suolo. Barcollo un po’, per quello che lei mi ha fatto provare un attimo fa, mentre guido il nostro terzetto verso l’ingresso, lì dove ci aspetta il padrone di casa, lontana conoscenza attraverso una antica amicizia, un paio di vite fa. Saluti e presentazioni, non ci vediamo da almeno due anni, si è limitato ad un mantello nero e ad una maschera bianca: certo, è veneziano, sceso a Roma all’inseguimento di una donna che poi ha sposato, sarà dell’età di lei, almeno, se non di più. La maschera lascia scoperta una bocca ben disegnata con due labbra rigonfie, quasi femminili, ed una corta barbetta sale e pepe: niente a che vedere con gli hipster, in fondo.

Con il dolcissimo accento che mi è sempre piaciuto ci ringrazia di essere venute e ci augura buon divertimento, ed io decido al volo che per l’anno prossimo lo imiteremo, se combineremo qualcosa, un carnevale veneziano a Roma. Ma adesso siamo qui, vediamo la festa cosa promette.

Sembra promettere bene. Conosco un bel po’ delle persone qui dentro, una buona parte ne conosce anche lei; in fondo, i giri di amici, più o meno, sono sempre quelli. Musica, profumo di profumi mischiati e di buona cucina, qualche coppia balla e tra queste riconosco con una certa sorpresa Paola e Sara, che si sono evidentemente decise a lasciare la figliolanza ad una baby sitter. Meglio così, ho voglia di invitarle a cena, sarà forse più facile convincerle. Mi volto e non vedo più la cugina, che si trova già in fondo al grande salone, nel bel mezzo di un gruppo di coetanei nel quale spicca un tipo altissimo e magrissimo in uniforme dell’esercito tedesco della Seconda Guerra Mondiale, completa di elmetto d’acciaio dalla sagoma inconfondibile.

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