Anfibi – Prima parte

di cristinadellamore

Diciamo che lei si è lasciata convincere, per il martedì grasso. Festa in maschera fuori città, in una villona per fortuna a pochi chilometri da casa, organizzata da amici di amici e nella quale ho trovato uno spiraglio anche per noi. Lei ci ha pensato un po’ sopra, poi ha detto sì, che andava bene; anche la cugina era d’accordo, quindi aggiudicato.

Non solo, lei ha sorriso con indulgenza prima, con malcelato entusiasmo poi, quando ha visto e provato il costume che ho preparato per lei. Sì, perché l’ho fatto, ho cercato e trovato la tenuta da combattimento in pesante cotone verde oliva, giacca a quattro tasche un po’ lunga da stringere alla vita con un’alta cintura di corda ed ampi pantaloni, completata con un foulard di un arancione brillante e scarponi alti ben più della caviglia e dalla spessa suola chiodata. Pesanti, in cuoio, un po’ graffiati e consumati, niente a che vedere con quelli tecnici che si vedono nelle vetrine e che sono in strani materiali moderni. Ho azzeccato la misura e lei è bellissima.

Per me e la cugina invece è stato più facile. Io ho scelto una canottiera un po’ slabbrata, pantaloni combat e scarponcini bassi, ed ho completato il tutto con un fazzoletto rosso attorno alla fronte; la cugina ha preso in prestito il cappotto di cuoio di lei da indossare sopra dei venerabili pantaloni di velluto a coste ed alti stivali stringati al ginocchio: a chi le chiederà qualcosa risponderà con i versi di Verlaine: Les sanglots longs des violons de l’automne blessent mon cœur d’une langueur monotone. Sorridiamo assieme: lei mi ha fatto leggere tutto quello che c’era in casa sul D-Day, e solo dopo abbiamo visto assieme il kolossal hollywoodiano; di conseguenza al cupo ritmo del poeta decadente si sovrappone, nella mia mente, questa marcia, e insomma, l’avete capito, la cugina vuole fare la maquisarde.
“Non c’è dubbio su chi tu sia, amore, ma per fare Rambo manca ancora qualcosina”, mi dice lei e mi porge il rossetto nero che usiamo qualche volta per i nostri giochi. Giusto, in mancanza d’altro mi ci posso fare le pitture di guerra, e prima che qualcuno dica qualcosa d’accordo, lo so che hanno più lo scopo di mimetizzare che quello di terrorizzare. Nel frattempo lei si fa aiutare dalla cugina e perfeziona il tutto con un giro di garza attorno alla testa, artisticamente macchiata di rosso. Insomma, siamo pronte, conosciamo qualcuno degli invitati, magari incontreremo anche gente nuova e ci divertiremo. Cioè, io mho voglia di divertirmi anche se domani dovrò andare in ufficio, e spero di prendere due piccioni con una fava, la cugina ha bisogno di cambiare giro di amicizie, magari facciamo bingo. Infiliamo i giubbotti e lei ne approfitta per farmi una gentile carezza: lo so, non ho messo il reggiseno, sotto la canotta si vedrebbe troppo, e solo pensando al breve viaggio in macchina accanto a lei mi sono eccitata. Adesso ancora di più, vorrei di nuovo la sua mano su di me.

“Devi avere un po’ di pazienza, amore, vedrai che non resterai delusa”, mi dice all’orecchio un istante prima di accendere il motore della macchina. I sedili anteriori sono sufficientemente confortevoli e vicini, le metto una mano sulla coscia e mi lascio portare.

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