Collegamenti – Terza parte

di cristinadellamore

(Segue da qui)

Un giro, due giri. Il trucco è non prendere la cosa come una competizione, mi dico mentre finalmente sciolgo i muscoli e mi do il cambio con la cugina ogni paio di giro; proviamo anche qualche scatto e intanto il sole è tramontato, comincia a fare freddo e me ne accorgo dalle nuvolette di vapore del mio respiro quando passiamo sotto i lampioni, un po’ troppo distanziati per i miei gusti, il sudore scaccia via la tensione della giornata, incominciano i consueti e gradevoli doloretti un po’ in tutto il corpo.

Altri scatti, altri giri: io sono impegnata al massimo e la cugina sembra non aver neanche sudato, eppure non mi sembra di essermi impegnata più di tanto; finalmente un’occhiata all’orologio, mi accorgo che è passata più di un’ora, addirittura siamo quasi a due, faccio un segno e la cugina con suo passo rilassato e terribilmente efficace passa davanti e punta verso casa. Io la seguo un po’ barcollante, solo dopo aver visto per quanto tempo ho corso comincio a sentire la fatica. Dopo gli ultimi due/trecento metri in discesa, facciamo di corsi, due gradini alla volta, le scale di casa e segnando ancora il passo davanti alla porta ci diamo il cinque con un gran sorriso.

E’ il momento della doccia – ognuna per sé, per carità – e sotto l’acqua bollente non posso fare a meno di pensare a lei che immagino ancora impegnata nell’interminabile controllo di clausole e codicilli. Mi manca sentirla contro di me in questi momenti, che in genere si risolvono con baci e carezze, e non mi va di fare da sola.

In casa fa caldo, dopo la doccia mi aspetto la mia consueta reazione a base di sudore e mi limito quindi alla lunga maglietta bianca che era del padre di lei, e mi presenta alla cugina che deve aver avuto la stessa idea; non so dove abbia preso quella t-shirt col piccolo scollo a V e dal taglio inequivocabilmente maschile che le arriva a mezza coscia e che riempie mirabilmente e non ho il coraggio di chiederglielo. Me lo dice di sua iniziativa, dopo avermi squadrata con palese apprezzamento: era del padre, la aveva dimenticata quando ha fatto le valigie e se ne è andato, e la cugina la ha conservata a lungo come un talismano, prima di decidere che era meglio lavarla ed usarla.

Cosa mangiamo?, mi chiede seguendomi in cucina. E improvvisamente mi viene fame, tra una cosa e l’altra oggi non ho neanche mandato giù le due arance che dovevano costituire il mio modestissimo spuntino. Bene, non c’è bisogno di saccheggiare il frigo, ne ho parlato con lei ieri sera e so che al posto d’onore c’è un bel po’ di petto di pollo tagliato a fettine non troppo sottili; da qualche parte c’è anche una mezza bottiglia di birra avanzata dalla carbonnade; farina, scalogni ed olio non mancano, e allora prepariamo le scaloppine un po’ particolari che, per via della Chimay, decidiamo di chiamare alla belga.

Il bello delle scaloppine di pollo è che si preparano in dieci minuti, e forse anche meno: la cugina ha appena il tempo di mettere sul piccolo tavolo dal piano di marmo della cucina due piatti, due bicchieri, tovaglioli, posate ed una bottiglia di chianti ed è pronto. Io non riesco a non guardare l’orologio ogni minuto: penso a lei e mi chiedo quando riuscirà finalmente a liberarsi dalla riunione, quando potrà finalmente mandarmi un messaggio e darmi un appuntamento sulla videochat del social network, quando finalmente potremo vederci e salutarci.

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