Coerenza

di cristinadellamore

Stasera l’enoteca vicino casa ha un aspetto meno gradevole del solito. Scaffali semivuoti, scatoloni ammucchiati negli spazi già angusti, il titolare e la moglie abbastanza distratti da un cliente che sembra in adorazione davanti al settore dei supertuscany. Ci stringiamo in un angolo, lei dà un’occhiata in giro e non sembra soddisfattissima di quello che vede, io guardo lei e sono come sempre più che soddisfatta: per la nostra passeggiata sul viale dei negozi ha indossato strizzandomi l’occhio una minigonna blu a piegoline e vi ha abbinato le francesine nere che in genere porta solo per me e le chanel più estive possibili, compatibilmente con il vento fresco, i nuvoloni neri e le previsioni che parlano di temporale; entrando, ha aperto il giubbotto di piuma d’oca mostrando una felpa sottile ed aderente portata senza reggiseno.

Rabbrividisco, e non per il freddo, nel mio semplicissimo abito nero che mi arriva appena sotto il ginocchio coperto da un cappottino preso su una bancarella, mi tremano le gambe fasciate dalle autoreggenti nere con la riga, barcollo sugli stiletti delle mie decolté. E’ desiderio ma anche amore, e sono certa che lei lo senta anche in questo momento.

In tutto questo la cugina si distrae curiosando sul bancone dove sono esposti appetitosi sacchetti di cioccolatini, gianduiotti e cremini. Magari ne prenderemo uno, perché no, e intanto considero, per distrarmi, che i jeans che la cugina indossa dovremmo proprio buttarli via, le vanno larghi e mortificano il suo fisico da mezzofondista.

La porta si apre, entra un altro cliente, anzi un’altra. Una giovane donna di colore, infagottata con piumino e jeans sopra la caviglia, scarpe da ginnastica rigorosamente slacciate e, suppongo, fantasmini a mostrare il malleolo e due dita di gamba di un meraviglioso color caffè con pochissimo latte. Peccato per i capelli stirati e tinti in un oro scuro improbabile, e che stonano con i lineamenti regolari e due labbra meravigliosamente piene.

Il cliente davanti a noi ha deciso per una bottiglia che costa quasi duecento euro, complimenti, e paga anche in contanti, provocando un’alzata di sopracciglia da parte di lei ed un battito di ciglia della cugina, mentre io mi chiedo come mai qualcuno si ostina ancora a non usare il bancomat.

Noi non abbiamo ancora deciso e lei fa segno alla ragazza di passare avanti. Ci ringrazia con un sorriso ed un cenno del capo e fa la sua richiesta. Ed io rischio di fare una frittata, perché vuole questo e quasi mi scappa una battuta un po’ razzista.

La battuta poi la fa il titolare, una volta che la cliente, dopo aver lasciato venticinque euro, è uscita soddisfatta: insomma, dice, è già nera lei, e comunque è un vino davvero molto buono.

“D’accordo”, dice lei, “lo proviamo anche noi, benché sia un po’ al di sopra del nostro budget, se tu”, e qui si rivolge a me, “ti impegni a pelare mezzo chilo di cipolle per le scaloppine alla genovese dell’Artusi”. Certo che mi impegno, e siccome del vino non si butta via niente, la bottiglia, una robusta ed elegante borgognotta, una volta vuota, si potrà riutilizzare con soddisfazione.

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