Contraddizioni – Prima parte

di cristinadellamore

Capelli in ordine, trucco ben sistemato, abiti a posto; mi giro ma non riesco a controllare, nel piccolo specchio del bagno unisex dell’ufficio, se la riga delle calze è dritta. In compenso le decolté con le suole rosse, che in genere riservo alle grandi occasioni con lei, e certamente non per uscire di casa, luccicano, tanto sono pulite e lustre. Ho un minuto ancora, poi busserò alla porta del direttore generale, dal quale sono stata convocata tramite il gelido segretario/receptionist/factotum.

Un po’ me lo aspettavo, un po’ lo temevo: siamo tornati, in ufficio, all’atmosfera gelida ed ansiogena di qualche tempo fa, specie da quando, a Natale, abbiamo finalmente incontrato, per la prima volta, i nuovi colleghi. Che poi colleghi è dire anche troppo, sono professionisti, a provvigione pura, senza obbligo di esclusiva a quel che ho capito, vendono, incassano e passano appresso; e meno male che non toccano, a quel che ho capito, i nostri clienti. Comunque, stando così le cose, noi commerciali cosa ci facciamo ancora qui?

Bene, visto che me lo aspettavo ho mandato di nuovo in giro il mio curriculum e con una certa sorpresa ho addirittura ricevuto qualche mail di risposta, ed ho fissato due appuntamenti: devo provare a vendere me stessa, vediamo se sono abbastanza brava, e stavolta non devo avere remore o rimpianti.

Ci siamo. Il cupo segretario mi fa un parco cenno di assenso, busso alla porta ed entro sul roco “avanti” che sento un istante dopo. Il direttore generale è dietro una enorme scrivania dal piano di cristallo completamente vuoto e pulito. Non prova nemmeno a fingere di alzarsi per ricevermi e salutarmi, mi fa solo cenno a sua volta di avvicinarmi, e accidenti quanto è grande questo ufficio. Che poi lo sembra ancora di più perché è completamente vuoto: niente libreria, niente pianta, niente tavolo da riunione, niente computer e soprattutto niente poltroncina per l’ospite. Mi toccherà restare in piedi ed ho un improvviso flashback, quelle volte che venivo convocata in presidenza, nel corso dei miei complicati anni delle superiori, quando ne avevo combinata una un po’ più grossa. Poi un altro lampo: mi sono vista improvvisamente, in terza persona, inginocchiata sotto la scrivania, come una devota, troppo devota, segretaria.

Cosa mi viene in mente? Mi schiarisco la voce e saluto, il direttore ricambia e mi lascia il tempo di studiarlo: un quarantenne che trova certamente il tempo per la palestra, il barbiere ed il sarto, a giudicare dal complicato taglio dei capelli nerissimi, dai muscoli che tendono il cotone della camicia bianca con le cifre ricamate sul polsino, dalla linea dei pantaloni della quale mi accorgo perché si è finalmente alzato a metà dalla poltrona facendo il gesto di tendermi la mano per ritirarla subito dopo. Posso immaginare il suo, di curriculum: laurea in ingegneria gestionale, MBA, qualche stage all’estero, esperienze in aziende medio grandi in ruoli subalterni, fino ad una serie di trasferimenti fino alle posizioni apicali di piccole e piccolissime società; noi siamo la sua grande occasione. Siamo piccoli ma non piccolissimi, siamo sani ma non ricchi, c’è tutto lo spazio per farci crescere e fare una gran bella figura; e per fare bella figura la prima cosa che imparano è che bisogna tagliare i costi.

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