Sbagli

di cristinadellamore

Ondata di freddo. Sì, insomma, siamo pur sempre a Roma, ma la mattina qui attorno, dove c’è tanto verde, l’erba è più ghiacciata che brinata, il termometro sul quadrante del mio scooter mi segnala rischio ghiaccio e per viaggiare in maniera più o meno confortevole indosso, anche se non piove, i copripantaloni imbottiti e doppi guanti. E comunque quando arrivo a casa sono intirizzita.

Lei sta ancora approfittando della chiusura natalizia dello studio, così ogni mattina si offre di accompagnarmi in macchina, ed ogni mattina la bacio, la ringrazio e dico di no; le dico di restare a casa, di godersi il riposo e di prendersi cura di sé stessa, per prima cosa. Perché da capodanno ha preso un forte raffreddore che ancora non passa, Lei non esce di casa e manda la cugina a fare la spesa.

Infreddolita forse più di ieri e meno di domani arrivo finalmente a casa, e trovo lei che sta studiando una ricetta sul venerabile libro della nonna. La cugina è accoccolata ai suoi piedi e scatta sull’attenti quando mi vede: ovvio, quello è il mio posto, sloggiare grazie, ci vogliamo bene ma anche all’affetto in famiglia ci sono dei limiti.

Lei mi sorride, felpona pesante e naso rosso, io mi sento benissimo e subito mi riscaldo, e così come sono mi chino per baciarla. Lei non si sottrae, ne abbiamo già parlato, non ho ancora preso il raffreddore a mia volta e va bene così, prima di domani la bacerò di nuovo, ed anche lei bacerà me.

“Stavamo pensando che questa è una serata da spezzatino”, mi dice lei lasciando che il suo sguardo mi accarezzi mentre tolgo il giaccone tecnico e sbottono la giacca del tailleur, “quando ti sei cambiata lo prepariamo assieme”. Ci metterò un attimo, adoro cucinare con lei.

“Doveva essere la carbonnade, ma abbiamo preso il vitello, quindi faremo uno spezzatino più leggero”, dice lei alla cugina ed a me, quasi sull’attenti e pronte ad obbedire agli ordini, “e per fortuna c’è un po’ di birra in casa”. Lei sta considerando le pentole ordinatamente impilate: brillano come non mai, a turno le freghiamo con la lana di acciaio prima di passarle in lavatrice, poi ci ripensa e prende la più grossa delle padelle antiaderenti e ci mette al lavoro.

A me tocca preparare il fondo di cottura, una grossa cipolla dorata ed un paio di scalogni, la cugina invece affronta le patate, da pelare e tagliare in quarti, visto che sono piccole, dalla buccia rossa e dalla pasta di un giallo carico.

“Non troppe”, dice lei, “c’è carne abbastanza, esagerare con le patate è un trucco da ristorante di terz’ordine”. A me le patate piacciono, se ce n’è qualcuna di più sono contenta, ma probabilmente c’è una proporzione tra carne e patate che non deve essere superata. Lei mi legge come al solito nella mente; infarina delicatamente la pallida carne di vitello e mi spiega: “Sì, è una proporzione aurea, la carne una volta e mezzo le patate, anzi un po’ di più”. Scoppia quasi a ridere, si scusa e mi spiega.

Scuse accettate, andiamo avanti con la ricetta: poco olio e facciamo consumare la cipolla e lo scalogno a fiamma bassissima, poi dentro la carne, e lei alza la fiamma per farla rosolare rapidamente, con la fiamma alta giù un bicchiere di birra e poi le patate. Lei abbassa di nuovo la fiamma, mette il coperchio e mi affida il cucchiaio di legno e la lattina semivuota di birra.

“Deve andare almeno per un’ora, quando vedi che si asciuga lo bagni con la birra, e ogni tanto giri il tutto, così cuoce in maniera uniforme e senza prendere troppo colore”. Agli ordini.

Abbiamo deciso di chiamare questo piatto carbonnade sbagliata, magari la prossima volta faremo quella vera, anche se lei dice che dopo un piatto di quel genere dovremo correre almeno tre ore. Sono curiosa di scoprire perché.

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