Esplosioni – Quarta parte

di cristinadellamore

E comunque, che male c’è? Cioè, certamente rischia di soffrire se si aspetta qualcosa di più di una bella notte, ma c’è già passata, più o meno, e non è più una ragazzina. Approfitto dell’occasione per baciare di nuovo lei, e quando ci stacchiamo vedo che finalmente sorride. Sono fiera di me, farla star bene fa parte dei miei doveri di moglie, è compreso nell’amarla, onorarla e obbedirle, e ci riesco quasi sempre. Mi guardo di nuovo attorno, e intanto lei mi accarezza fugacemente il sedere, poi ci ripensa e ci appoggia la mano per tenercela. Ma certo, a lei piace toccarmi, ogni volta che può, ed io adoro quando lo fa. E adesso alla cugina pensa un po’ meno, ne sono sicura.

“Penso a come sarà baciarti, stanotte. Forse non ci sarà bisogno di tornare a casa”. Me lo auguro, il prossimo anno dovrà essere bellissimo, e non conosco modo migliore di cominciarlo che abbandonarmi alle sue carezze, penso alla sua lingua sulla mia pelle ed a quello che lei chiama il giro del mondo, una lunga carezza con la lingua su tutto il mio corpo, una cosa che sembra non finire mai e che finisce sempre troppo presto, il piacere che cresce lentamente e mi riempie tutta.

“Vieni, amore, balliamo”. È partita la musica, chissà da dove, il piccolo palcoscenico è ancora vuoto, attorno a noi si sono formate coppie che si stringono e ondeggiano al ritmo di un lento, niente ritmi da discoteca qui. Mi lascio abbracciare e portare, le luci si sono abbassate e vedo solo lei, sento solo lei; non so che ora sia, quanto dovremo ancora aspettare per la mezzanotte ma così, tra le sue braccia, il suo corpo contro il mio, posso restare ore. Purtroppo la musica si interrompe prestissimo, le luci si spengono del tutto, poi si riaccendono e accanto a noi si materializza la cugina abbracciata al biondo. Buon per lei, speriamo bene, e poi lei mi bacia di nuovo e non ci penso più.

Anche perché adesso sul palcoscenico c’è qualcuno, una gran bella coppia, lui in smoking, lei in lungo, fianco a fianco si inchinano e si prendono un applauso di incoraggiamento. Io sono perplessa più che sorpresa, magari qualcuno che li presenti non sarebbe stato male. Cosa fanno, lì sopra? Mi rendo anche conto che i vestiti hanno un aspetto un po’ strano, ma non faccio in tempo a chiederlo a lei perché arriva la prima risposta.

Tanto per cominciare, ballano, sul ritmo di una musica stranissima che non ho mai sentito prima. Sempre fianco a fianco. Lei mi parla all’orecchio: “È un charleston, roba da proibizionismo, anni Venti e simili. Sono bravi, non è vero?”, e conclude leccandomi rapidamente il lobo. Non ho modo di capirlo, ma certamente si muovono all’unisono ed a tempo, i passi sono stranissimi, fondamentalmente ballano sul posto, molto atleticamente. Alla fine, si meritano un applauso più convinto.

Provo ad appoggiarmi a lei e quasi cado: non c’è più, si deve essere spostata e per un istante mi viene il panico. Che fine ha fatto? Mi guardo attorno ed eccola lì, mi viene incontro con un piattino in mano ed un sorriso. Non farlo mai più, ti prego, vorrei dirle, mi rendo conto che è assurdo, mi sono sentita come una bambina separata dalla madre e le sorrido a mia volta. Registro anche che la cugina è sparita da qualche parte, ma non mi interessa.

Tartine, piccolissime, da mandare giù in un boccone, delicatissime, anche perché è lei ad imboccarmi, qui in piedi in mezzo al salone, sembra che non importi a nessuno, anche gli altri mangiano, flirtano, chiacchierano; magari sanno come si svolgerà la serata. Io non lo so, mi affido a lei, vorrei essere da qualche parte legata e bendata, come in un gioco che facevamo ai primi tempi, e lei mi dava, senza ordine, un boccone di pane, una cucchiaiata di macedonia, una fettina di salame piccante. Penso confusamente che dovremo rifarlo, non appena possibile, poi riparte la musica e mi trovo di nuovo abbracciata a lei. Questo è un fine anno bellissimo, e a questo punto mi basta.

Di nuovo buio, poi di nuovo luci, e la coppia è di nuovo sul palcoscenico. Stavolta magliette sformate, jeans sbrindellati e chitarre elettriche al collo, parte un rock durissimo. Anche io, che di musica non capisco niente, mi rendo conto che sono in playback, distinguo benissimo la batteria che dà il ritmo nel rombo della musica. Però sono bravissimi, sembrano proprio dei rockettari strafatti, e concludono in ginocchio sul palco, per salutarci con una linguaccia. Ecco chi erano, i Rolling Stones, dico a lei mentre scrosciano gli applausi.

“Papà li avrebbe apprezzati, immagino, roba dei suoi tempi ma anche dei nostri, come vedi”, risponde lei. In effetti tutti gli invitati si spellano le mani, fischiano, insomma chiedono il bis, ma niente da fare; buio in sala, luce, ed il palcoscenico è di nuovo deserto. Meglio così, ho fame e sento un profumino invitante, da qualche parte ci deve essere anche una cucina, perché adesso sul buffet ci sono due pentoloni fumanti. Vorrei le fettuccine all’Alfredo ma lei mi impone le pennette all’arrabbiata e fa bene: mangiare pasta lunga in piedi è un cimento eccessivo. Soprattutto perché lei sembra non aver fame e fa di tutto per distrarmi: mi accarezza delicatamente, mi gira attorno per baciarmi sul collo, con la scusa di lasciar passare una coppia si appoggia e preme forte il ventre contro il mio culo e a questo punto quasi rovescio tutto.

“Mia cugina è sparita, ma so dove è andata. Io però avrei aspettato l’anno nuovo, amore, tu che ne dici?”, mi chiede lei togliendomi il piatto vuoto dalle mani. Non capisco, e lei mi spiega. Pare che ci siano un po’ di stanze in cui ci si può appartare, per questo lei ha detto che non ci sarà bisogno di tornare a casa, però bisognerà essere veloci e tempestive perché posso immaginare che ci sarà la corsa per andare a festeggiare.

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