Ipotesi – Quinta parte

di cristinadellamore

(Segue da qui)

La salita comincia a farsi più ripida, o forse comincio ad essere stanca: mi aspetto da un momento all’altro qualche doloretto premonitore, di quelli che ti segnalano che stai per arrivare al limite e devi sforzarti per superarlo, e poi vengono meravigliosamente scacciati dall’esplosione delle endorfine. E allora accelero, perché no, sia qui che nel mio piccolo passatempo.

Decisamente gli piaccio: non vuole mollarmi e intanto scivolo sul suo petto prima, sulla sua pancia poi. Lo sento contro di me caldo, grosso e duro, poi la mano lascia il mio capezzolo e mi cerca la nuca. Una carezza, poi una leggera spinta. D’accordo, non avere fretta, non ti piace qui in mezzo alle mie tette, non è abbastanza caldo ed accogliente? A me piace tenerti così, non te ne sei accorto? Insomma, qui c’è una ragazza che sta facendo tutto il lavoro, quando ti ricapita? Abbi un po’ di pazienza, te lo succhio volentieri, ma lasciami i miei tempi.

A proposito di tempi, adesso sono davvero stanca, è il momento più difficile e più bello, c’è da chiamare a raccolta l’ultima riserva di energia e tutta la forza di volontà, siamo all’ultimo strappo, su di noi incombono la sagoma bianca del Palazzo della Civiltà del Lavoro e quella nera della sede di Confindustria, la strada sale ancora e sento che il passo diventa più pesante. Devo lasciare a metà la mia fantasia: peccato. Però ne parlerò a lei, e magari giocheremo anche a questo gioco.

Ci siamo quasi, e adesso dobbiamo stare attente: i muscoli indolenziti ed i riflessi un po’ appannati, abbiamo davanti gli ultimi metri in discesa, dopo aver superato il piccolo slargo col busto di Gandhi che fa compagnia alle ragazze che si offrono a tutte le ore. Non è ripida ma, di nuovo, c’è un bel tappeto di foglie morte, umido per la pioggia degli ultimi giorni e sotto il selciato è più che sconnesso; lei qui qualche tempo fa si è storta la caviglia ed è rimasta ferma un paio di giorni – niente di male, ho fatto l’infermiera ed è stato bellissimo, però è meglio evitare, direi.

Lei infatti resta sulle mie tracce, la cugina mi affianca, mi guarda per un attimo ed io scuoto come posso la testa facendo segno di no. Mi capisce, riprende il suo posto in coda. Non c’è nessuno per strada, trovo un varco tra due macchine e lascio il marciapiede, l’asfalto è un po’ più liscio. All’ultima curva lei mi affianca, come ha sempre fatto quando correvamo in due, un attimo dopo trovo la cugina dall’altro lato, mi sa che si sono messe d’accordo alle mie spalle. Poche storie, adesso doccia, colazione come si deve e poi ci organizziamo per questo sabato quasi invernale, ma la cugina dovrà raccontare per filo e per segno come è andata, e stasera lei mi deve prima una spiegazione, poi un bel gioco.

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