Obbiettivi – Quinta parte

di cristinadellamore

(Qui la puntata precedente)

Non ho fatto in tempo. Ho beccato la pioggia, testardamente non ho voluto fermarmi per indossare la cerata ed i pantaloni dicendomi che era una questione di pochi minuti ed ho pagato per questo mal riposto orgoglio: tailleur umido addosso per tutto il giorno.

Ho avuto però l’opportunità di telefonare al ristorante. Ho chiesto del titolare, che conoscevo e che avevo visto occupato in sala, e mi hanno risposto che non era il momento migliore, stavano avviando la cucina. Il momento migliore per un appuntamento era verso le tre del pomeriggio, quando l’attività si fermava in attesa di riprendere per la serata, mi hanno detto, e sì, venga pure. L’ignoto interlocutore doveva aver parlato al volo col suo capo, con un tono più gentile che decifravo chiaramente nonostante l’accento particolarissimo e certamente non romano o laziale. Anzi, il titolare si ricordava di me, mi ha detto, passi pure prima, sarà lieto di offrirle il pranzo.

E sia, rinfrescato il trucco, cambiate le calze bagnate e ripulite le scarpe ho ritenuto di essere abbastanza presentabile, mi sono offerta una brevissima corsa in tassì (che non mi rimborseranno, ricordate che non c’è budget) sotto le ultime gocce del temporale di qualche ora prima e mi sono accomodata ad un tavolino d’angolo dopo aver stretto la mano al ristoratore; che mi è sembrato stranamente invecchiato, ricordavo un omone robusto e giovanile, trovavo un ometto smagrito, curvo ed ingrigito. Quello che mi era sembrato di riconoscere, mi è presentato come il figlio.

Cucina da colazione di lavoro, niente di complicato, un filetto di merluzzo appena stufato su un letto di verdure croccanti, e rinuncio alla mezza bottiglia di bianco che mi viene proposta in favore dell’acqua del sindaco, anzi della sindaca. Ottimo e leggero, niente a che vedere con la frutta che mando giù con relativo entusiasmo soprattutto in questa stagione indecisa, finita la stagione di pesche ed albicocche ed in attesa di quella di arance e mandarini mi arrangio con mele e pere che non amo.

Il titolare mi porta di persona il caffè e mi accorgo che la sala si è svuotata. Non che fosse piena, in realtà, mi spiega accomodandosi davanti a me, troppi bar e prezzi troppo stracciati, va meglio la sera, menù di pesce tre sere la settimana, di carne le altre, clientela fissa ma pensava di andare meglio.

E sì, ha cambiato fornitore per il sistema informatico, gli hanno offerto un programma che fa più o meno le stesse cose e costa un po’ meno; pochi spiccioli al mese, ma tutto fa, visto che non può risparmiare sulla materia prima. Non ho notato che ha cambiato tutte le luci, sono bruttine ma si risparmia anche sulla bolletta, e non poco?

D’accordo, noi abbiamo abbassato i prezzi, non sarebbe interessato? E parto con la mia orazion picciola, finalmente ho l’occasione di recitarla. Va bene, risponde il gestore, la vengo a trovare in ufficio domani pomeriggio a quest’ora, che ne dice? Non ne dico niente, so per esperienza che se non chiudiamo adesso non chiudiamo più. Devo insistere? Insisto il minimo indispensabile, se qui mi va male mando a monte il progetto, e sia, ci pensa un po’ su ed alla fine cede. Voleva essere convinto, secondo me.

La sera, a casa, lei stappa un moscato d’Asti per festeggiare ed accompagnare qualche dolcetto sardo preso al mercatino (“Uno solo a testa, sono pieni di zucchero”, è stato il suo ordine), ed al momento di addormentarmi, più tardi, dopo aver messo via la bottiglia vuota, mi spiega che mi è andata anche bene. Le cose cambiano molto in fretta, mi dice.

“Non sapevo niente della chiusura dello studio, chissà cosa c’è dietro. Capisco benissimo invece cosa c’è dietro il commercialista, anzi chi. Meglio girare alla larga, amore”. La abbraccio e mi addormento felice; la bottiglia è rimasta sul comodino, domani mattina voglio svegliarmi presto ed usarla di nuovo.

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