Pericoli

di cristinadellamore

Ho fatto tardi, in riunione dal cliente all’altro capo di Roma, e poi per niente, un altro incontro interlocutorio, se ne riparlerà la settimana prossima. Poi fa anche freddo, stasera, per la prima volta, meno male che ho messo le calze ed il tailleur più pesante. Prima di avviarmi con la moto ho infilato anche i guanti e tirato su la cerniera del giubbotto fino in cima per coprirmi la gola, la visiera del casco ben calata e non importa se nel traffico, a bassa velocità, si appanna un po’.

E’ anche buio, ormai annotta presto e diventa giorno tardi, quindi ufficialmente è autunno, e meno male che non piove, da domani è previsto cattivo tempo fino a domenica, e allora, penso schivando buche, pedoni con tendenze suicide ed automobilisti arroganti, tutte a casa, cuciniamo qualcosa di più lungo e complicato, e magari andiamo anche al cinema, ci manchiamo da un’eternità.

Ultimo tratto, il più inquietante: buche e lampioni spenti prima di sbucare sul perimetro del pentagono del nostro quartiere. In genere qui accelero, mi mette un po’ di angoscia, ma prendo una buca che l’ultima volta non c’era e affronto la curva in salita più piano del solito. E meno male.

Inquadrata dai miei fari una figura femminile che mi fa segno di fermarmi, proprio in mezzo alla curva. Se lo può scordare, sfilo lentamente sull’abbrivio ed accosto.

È palesemente una turista, carica di buste con marchi importanti si sbraccia ancora e mi raggiunge. Parla inglese ma probabilmente non è madrelingua, visto che il mio modestissimo inglese scolastico è sufficiente per capire che sta cercando l’albergo della grande catena americana, a poche centinaia di metri da qui. Arriva certamente dal centro con la metro ed ha evidentemente sbagliato strada nel mezzo chilometro da fare a piedi.

A mia volta mi sbraccio cercando di spiegare; ma è difficile, giù per il cavalcavia e poi a sinistra. La turista non capisce, oppure sono stata io a non aver saputo tradurre correttamente, per cavalcavia mi è venuto in mente solo hill, per dire. Curiosamente la mia interlocutrice gesticola più di me, ma non possiamo restare qui, al buio , in mezzo alla strada, per l’eternità. Come a darmi ragione, arriva un’auto, strombazza, lampeggia coi fari, mi sfiora e fila via.

Come si dice “salta su” in inglese? Me la cavo in qualche modo, o forse la turista ha una gran voglia, come me, di togliersi da qui. Sale in sella, mi si aggrappa con una mano e con l’altra regge forte le prede del suo shopping. Niente casco ma chi se ne frega, a quest’ora e per fare duecento metri scarsi dovrei avere una sfortuna enorme a beccare le Forze dell’Ordine. Uno strappo e due accelerate, tagliando per il parcheggio e saltando un marciapiede e ci siamo.

Sollevo la visiera del casco per salutare la mia passeggera che finalmente vedo alla luce forte dell’ingresso: sulla quarantina, capelli praticamente tagliati corti, un lampo nello sguardo. Un sorriso e non mi ringrazia.

O forse sì, si china, mi bacia e sparisce.

 

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