Ceneri

di cristinadellamore

Ci hanno finalmente consegnato una piccola urna ed un fascio di carte. E’ tutto quello che resta della zia: lei ci è andata da sola, trovando tutta la forza che le serviva ancora non so dove, mentre io ero in ufficio e la cugina si era chiusa nella stanza degli ospiti.

In una giornata di pioggia lei ha affrontato il viaggio da Roma Sud a Roma Est, nei sotterranei della metro B, ed è arrivata a casa assieme a me: l’ho trovata sul vialetto d’ingresso, una sacca sulla spalla, in lacrime.

“E’ facile dire che ormai non sente più niente, che non esiste più, ma mi sono sentita male per tutto il tempo a portare la zia così”, dice tra un singhiozzo e l’altro, sotto gli occhi imperscrutabili del portinaio filippino che almeno ha il buon senso di non sorridere come fa sempre. E’ un pugno allo stomaco, per me: ancora una volta, non ho potuto esserci, non potuto aiutarla, sostenerla e difenderla come ho promesso di fare. Sono troppe volte che manco al mio giuramento.

Abbracciate, ed io senza parere la sostengo perché mi sembra stanchissima, arriviamo finalmente ad aprire la porta di casa ed entriamo. Ho un lampo, una domanda assurda ma anche no: e adesso, mi chiedo, cosa ne facciamo? Dove la mettiamo?

Lei non esita, posa la sacca sulla sedia all’ingresso che accoglie spesso le nostre carabattole nei momenti in cui non abbiamo tempo, modo o voglia di essere ordinate, mi abbraccia, mi bacia, mi stringe e mi chiede “Fammi l’amore”.

Obbedisco.

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