Diversivi

di cristinadellamore

“Per un po’ non ci voglio pensare. Tu mi aiuti, io preparo il sugo di pomodoro fresco come lo faceva nonna. Poi magari viene anche mio fratello a cena”.

Sì, purtroppo la zia che non è la zia ma quasi si è aggravata, sembrava passato tutto e invece e’ una cosa più che seria e siamo rimaste a Roma, e suo fratello e’ tornato di corsa lasciando la famiglia al mare. Insomma una brutta estate, e di nuovo lei piange di notte anche se io la abbraccio. Quindi fuori dal cassetto i grembiuli e visto che fa caldo io non indosso altro, e ci mettiamo al lavoro.

Ci sono da pelare le cipolle, ovviamente: un chilo, sono le ultime cipolle rosse comprate al mercatino dalla signora calabrese, poi fino a settembre dovremo farne a meno; intanto lei lava con cura due chili di pomodori San Marzano ben maturi. Ci teniamo larghe con le dosi, se ne avanza lo conserviamo nel congelatore. Lei sorride un po’ forzatamente quando dico che in genere di questo sugo non avanza proprio niente.

Pentola capiente, un fondo di olio e facciamo appassire le cipolle a fuoco lento, la cucina si riscalda, e si riscalda ancora di più quando lei decide che è il momento, i pomodori tagliati a metà raggiungono le cipolle nel pentolone, acqua a coprire, appena un pizzico di sale, coperchio e via.

“Visto che non andiamo da nessuna parte possiamo rinfrescarci”, dichiara, e mi porge una bottiglietta di Radler già stappata: facciamo a metà, bevo e sento il suo sguardo su di me. Sudata, senza trucco, i capelli un po’ sporchi, mi sento bellissima in questo momento. Le restituisco la bottiglietta, fisso le sue labbra sottili che si stringono attorno al collo e la desidero. Le mie mani si muovono da sole, una carezza sulla gola esposta mentre ha il capo piegato all’indietro, poi scendono e si fermano sull’orlo della maglietta leggera coperta dalla pettorina del grembiule. Ci guardiamo negli occhi, i suoi sono arrossati, ha pianto e anche adesso sembra trattenere a fatica le lacrime. Però mi sorride come per dirmi di avere pazienza.

E pazienza ci vuole anche in cucina. Un’ora, più o meno, per la prima fase: lei la passa al telefono con il fratello che è in ospedale, io mi divido tra il controllo della cottura e la cura di lei, massaggio alle spalle e alle caviglie resistendo alla tentazione di baciarle i piedini adorati.

“Non ci sono novità, e non saprei se aggiungere purtroppo o per fortuna. Adesso c’è bisogno di olio di gomito, al lavoro”, e mi merito un altro sorriso.

Il pomodoro fresco è magnifico ma impone cura: buccia e semi vanno eliminati, e lei usa il passaverdure della mamma, che era della nonna. O meglio, lo uso io cercando di imitare i suoi gesti quasi chirurgici, l’economia di movimenti mentre versa un po’ alla volta il contenuto della pentola ed io giro la manovella. Ogni poco devo fermarmi e gettare tutto quello che non filtra nell’ampia ciotola di ceramica, alla fine mi fanno un po’ male i muscoli delle braccia.

E no, non abbiamo finito, c’è da far rassodare questo poco invitante purè rossastro. Di nuovo in pentola, di nuovo a fiamma molto bassa, un’altra ora di cottura. Il prezzemolo fresco solo alla fine, ovviamente.

“Ti sei stancata, amore? Tocca a me massaggiarti un po’, mettiti comoda”. Non appena sento il tocco delle sue dita mi rendo conto che non attendeva che questo momento. Ed anche io.

 

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