Manutenzione

di cristinadellamore

Insomma, ci ho camminato tanto, o forse no, ma si è accesa una lucetta sul quadrante dello scooter e significa che devo fare il tagliando. C’è un meccanico ad un passo da casa, lei è cliente come lo era suo padre e mi sono fermata tornando dall’ufficio. Per fortuna è ancora aperto, nonostante il mese di agosto, però l’omone che di solito è lì a ricevere i clienti ed a smistare il lavoro non c’era.

C’era invece un ragazzo alto e magro che mi ha guardata con interesse, mi ha ascoltata con educazione ed ha concluso che sì, va bene, se gliela lascio adesso la ritrovo domani a questa stessa ora: ci sarà da cambiare l’olio ma per il resto deve aprirla e guardare: cinghia di trasmissione, filtro dell’olio, pastiglie dei freni. A me sembra che vada tutto bene, mi affido a lui.

E così dopo un bel po’ mi ritrovo ad usare il trasporto pubblico. Lei mi ha offerto di prendere la sua moto, visto che lo studio è chiuso, ma ho deciso di no, le può servire e poi oggi non ho appuntamenti, una corsa sulle due linee di metro all’andata, un’altra al ritorno, in mezzo otto ore di scrivania per completare una relazione sul vecchio progetto G, di cui sto seguendo gli ultimi sviluppi. Fa caldo, quindi gonna di tela lunga ma con tanti spacchi e camicia di lino: proprio una camicia maschile, trovata in fondo all’armadio di casa, e lei ha sorriso mentre la indossavo, ed ha detto: “A te sta meglio che a papà, in effetti”, e mi ha sfiorato le tette con una lievissima carezza. Ovviamente stiletti per i sandali con solo due striscioline di cuoio, e già so che lei, stasera, per prima cosa mi leccherà amorevolmente i piedini.

Dunque, è un po’ che non prendo la metro, e mi sorprendo perché all’ingresso della mia fermata, a cinque minuti da casa, ci sono due soldati grandi e grossi: non mi sembrava di averli mai visti qui, ce n’erano quando ancora viaggiavo sempre con i mezzi pubblici solo alle stazioni in centro. Dovrebbero infondere sicurezza, a me invece fanno un po’ di paura: mi fanno sentire debole, e sì che mi tengo in forma e proprio stanotte lei mi ha fatto i complimenti per la linea più asciutta delle natiche, dopo averle leccate, baciate e morse.

Agosto, ma il treno arriva abbastanza in fretta e c’è anche posto a sedere. Per tutto il percorso penso a qualche frase ben limata che mi servirà per concludere la relazione e faccia capire che va bene tutto ma io sono una commerciale, non ha senso tenermi a fare questo lavoro anche quando l’attività riprenderà dopo le ferie.

C’è da cambiare linea. Un po’ più di gente e soprattutto fa caldo, dopo l’aria condizionata della metro. C’è anche da aspettare un po’ di più ma non importa, mi sono mossa in anticipo, stamattina non siamo andate a correre, magari lo faremo stasera dopo il tramonto. L’attesa si prolunga e la folla aumenta, finalmente arriva il treno e c’è il solo tira e molla, c’è gente che vuole entrare prima che i passeggeri siano scesi per conquistare il posto a sedere, e insomma spingi tu che spingo anche io e mi trovo una mano sul culo.

Non è un tocco fugace, e proprio ben appoggiata per tastare e stringere. Diciamo che non sono una pudibonda verginella e non ho voglia di fare uno scandalo. Un paio di spinte, un’altra tastata e sono libera dal contatto indesiderato, mi piazzo con le spalle alla porta che resterà chiusa per buona parte del percorso e do un’occhiata in giro. Sì, perché sono curiosa; voglio dire, tutto è bene quel che finisce bene, ma vorrei vedere in faccia il tizio che ha concretamente dimostrato di apprezzare le mie grazie.

Sarà stato quel ragazzotto con i dreadlocks e le cuffie enormi, cui la madre dovrebbe dire che se sei bianco come un cero ed hai la pancia da bavarese è il caso che cambi look? O il signore con i capelli bianchi, impeccabile in completo chiaro e cravatta? O magari l’insospettabile signora con l’abitino leggero e stazzonato, un po’ sovrappeso e truccata un po’ troppo, con due centimetri di ricrescita nera nella criniera bionda e riccia?

Sono arrivata. Emergo all’esterno dove fa già caldo, ci penso un attimo e poi mando un messaggio a lei. Che mi risponde prima ancora che possa rimettere il telefono in borsa: “Certo che stasera ti vengo a prendere, amore. E ti porto un paio di jeans”.

Non ha aggiunto un cuoricino: non ce n’è bisogno.

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