Parcheggi

di cristinadellamore

Quando lo faccio mi sento molto una biker, anche se sono soltanto in sella al mio scooter. Un calcetto per abbassare il cavalletto laterale, poi accompagno gentilmente i duecento chili di metallo e plastica (ahimè, adesso usa così) fino a metterli a riposo. Poi scendo, dopo aver fatto scendere lei.

Stavolta, dopo la corsa fino al mare, abbiamo parcheggiato parecchio lontano dal varco che porta alla nostra spiaggia preferita, si vede che siamo ormai nel pieno della stagione. Il tempo di alzare la sella e davanti a noi si ferma scoppiettando uno scooter uguale al nostro, addirittura con una targa molto simile. Lo porta un uomo, casco semintegrale, maglietta e shorts ampi a mostrare polpacci muscolosi ed un tatuaggio sulla caviglia.

Lei mi sorride e prende la borsa con gli asciugamani, io mi incarico di stivare i caschi e prendo il lucchetto, e mentre mi accovaccio per bloccare la ruota sento un discreto colpetto di tosse alle mie spalle, in un momento di stasi del traffico. Alzo gli occhi, lei interviene.

Insomma, il motociclista, tolto il casco, si rivela un quarantenne, a occhio, barbetta corta e bianca, cranio rasato, occhi verdi che copre rapidamente con occhiali scuri molto simili ai miei, un po’ più alto di me che sono rasoterra con le scarpe da ginnastica. Cerca di rimorchiarci qui sulla litoranea?

Forse sì. Educatissimo, chiede scusa e indica la nostra moto prima, la sua poi. Insomma, dice che la nostra è tenuta molto meglio, gli sembra in migliori condizioni, chiede quanti chilometri abbiamo fatto, chi è il nostro meccanico.

La scusa è buona, lei mi lancia un’occhiata, io faccio segno di sì: un po’ di compagnia, perché no, conosciamo una persona nuova, non mi sembra ci siano rischi. Col nostro permesso scatta qualche foto dello scooter e me ne passa una via bluetooth, poi ci avviamo alla spiaggia in tre. Lo guardo meglio, e devo aggiungere un bel po’ di anni alla mia prima valutazione, perché la barba più incanutire anche a trent’anni ma certi segni non mentono, non può avere meno di cinquant’anni.

Conversazione simpatica sul nulla, ma non parla del caldo e mi sembra un buon segno. Vuole offrirci caffè e lettini, accettiamo solo il caffè e ringraziamo. Ma a questo punto ci dobbiamo mettere vicini: guardo lei interrogativamente, ne ho in risposta un cenno affermativo ed un sorriso. Deve aver già fatto le sue valutazioni e ovviamente mi fido.

Ci spogliamo e non posso fare a meno di studiarne il corpo, dietro le lenti scure: spalle larghe, niente tartaruga me nemmeno pancetta, villoso quanto basta con peli bianchi in mezzo al petto, un uccello dall’aspetto educato, non circonciso come quasi tutti gli italiani, un bel culo maschile. Si mette la crema e sembra ignorare lei che mi spalma schiena e natiche, china in avanti a miracol mostrare. Un signore, che continua a chiacchierare con lei che si è stesa a sua volta e si gode le mie carezze mentre faccio finta di ungerla a mia volta.

Semplifico: funzionario di banca, più vicino ai sessanta che ai cinquanta, si ritaglia qualche ora di mare in una vita di routine. Dalla sua borsa è uscito un poliziesco ambientato a Napoli, quelli che scimmiottano Ed McBain e l’Ottantasettesimo Distretto, ed è qualcosa che abbiamo in comune. Cominciamo a parlare di libri e non smettiamo più, deve averne letti una marea, anche più di lei, certamente più di me. Sorprendentemente ne abbiamo molti in comune e ci troviamo a discutere appassionatamente dell’agosto 1914; io ho letto il libro perché me lo ha suggerito lei mentre facevo ricerche per il mio progetto collaterale. Gliene parlo e lui si segna l’indirizzo e promette di diventare un mio fedele lettore. Poi passa a parlare del Quattordicesimo secolo, cita un libro della stessa autrice e per fortuna lei lo ha letto. Io mi distraggo, ascolto con un angolo del cervello e mi chiedo come andrà a finire.

Va a finire che il nostro nuovo amico guarda l’ora, si scusa, ci saluta compitamente stringendoci la mano e poco ci manca che la baci e se ne va senza nemmeno averci chiesto il numero di telefono. Io rimango perplessa, lei sorrise e mi dà a sua volta un bacio prima di darmi la sua risposta: “Adoro queste persone, non si vergognano, non hanno paura e nemmeno secondi fini. Poteva essere nostro padre, ma certo che non ci ha provato. Solo, mi dispiace che non ci siamo scambiati i numeri, ma se sabato prossimo lo incontriamo di nuovo lo facciamo, perché no”.

Perché no? Provo a guardarla storto, a fare la faccia gelosa ma mi scappa da ridere perché sto pensando a quali discorsi potremmo fare la prossima volta.

“Diciamo che hai una settimana per leggere il libro sul Trecento, cominci stasera”.

Agli ordini.

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