Inni

di cristinadellamore

Fa caldo, stasera, e a Marsiglia forse di più. Quindi uno chardonnay friulano, finestre e porte strategicamente aperte, pronte a goderci la partita.

La Marsigliese cantata male da tutto lo stadio è impressionante. Mi accorgo che a lei trema il labbro, si commuove; poi mi spiega: “Papà e mamma, appena sposati, si trasferirono a Torino per lavoro. Mi hanno raccontato che una mattina d’inverno, freddo, umido, buio, si trovarono davanti al consolato francese, un gran tricolore alla finestra, e papà si mise a piangere. Devo aver preso da lui”. Ho il tempo di farmi promettere di tornare presto a Parigi – sono brava a convincerla quando sono accovacciata ai suoi piedi, e la partita comincia.

“Questa è un’ottima pubblicità per l’Unione Europea, tedeschi e francesi si scannano allegramente dall’epoca di Bouvines, adesso al peggio due calcioni e qualche livido”. I francesi partono a spron battuto.

“Più che Verdun mi sembra la Battaglia delle Frontiere”. So cosa vuol dire: agosto 1914, i francesi con i loro bravi pantaloni rossi all’attacco lungo tutto il fronte delle loro terre irredente, Alsazia e Lorena, i tedeschi intento avanzavano in Belgio. Comunque dura poco, i tedeschi prendono le misure e conquistano il centrocampo.

“Davvero sembra la Grande Guerra, adesso un po’ di trincea”, il tutto con i tedeschi ben dentro la metà campo francese. C’è anche un gran tiro da fuori, il portiere vestito di giallo vola a prenderlo.

“Ti devo regalare qualcosa di quel colore, secondo me ti starebbe benissimo”. D’accordo, purché lei poi me lo strappi di dosso con furia o lasci che me lo tolga lentamente.

Il miracolo della Marna”, sorride lei offrendomi un sorso di vino. Già due passaggi in area e un difensore ferma tutto all’ultimo momento. Non so bene se guardare lei o la partita, mi sistema più comodamente tra le sue gambe e mi lascio accarezzare i capelli; fugacemente, penso che prima di andare in ferie dovrei farmi di nuovo rossa, so che a lei piace tantissimo.

“Io li lascio crescere, così potrai tenermi meglio quando ti bacio”. Mi legge nel pensiero, non mi chiedo più come fa, lo adoro e basta. Poi dieci secondi di follia, rigore per la Francia ed un ragazzo con gli occhi chiari, o almeno così sembra sul nostro vecchio schermo a tubo catodico, ed il nome da ebre polacco (si chiama nemesi) la mette dentro. Festeggiamo la fine del primo tempo con un altro bicchiere ed un bacio; lei mi fa sedere sulle sue ginocchia e non sento caldo. O forse sì, ma dipende dalle sue carezze. In quindici minuti si possono fare tante cose e quando la partita ricomincia siamo di nuovo concentrate sullo spettacolo. La bottiglia è vuota, se avremo ancora sete ci accontenteremo di acqua fresca, ma non la buttiamo via, ci sarà certamente utile.

“Chiacchiere e distintivo”, commenta lei quando uno grande, grosso, scuro e tatuato si rotola a terra dal dolore, e sì che preferisce i bruni. Come andrà a finire? Siamo a meno di mezz’ora dal termine, i francesi sono ancora avanti, poco spettacolo, i tedeschi fanno una grande fatica a tirare in porta. Poi altri dieci secondi di follia, contropiede e lo stesso di prima infila di nuovo la porta.

“Ai tedeschi mancano sempre gli ultimi plotoni, e stasera manca qualcuno che veda la porta in area di rigore. Cosa pensi di fare con quella bottiglia? Potresti cominciare già adesso”. Manca un quarto d’ora, perché no? Tre al termine più recupero, e mi piacerebbe concludere sul triplice fischio, ho gli occhi fissi nei suoi, le orecchie ai commentatori.

“Brutto, il secondo tempo”, ma la voce di lei è un sussurro che conosco benissimo. No, non ci siamo annoiate.

Annunci