Traffico

di cristinadellamore

Abbiamo deciso che per andare a mare il mio scooter è più comodo. Sotto la sella mettiamo la borsa durante il viaggio, i caschi quando siamo arrivate. Anche oggi, quindi, si parte, guido io, il serbatoio è pieno della benzina a 100 ottani che questo monocilindrico sembra gradire, fa caldo ma non caldissimo, e insomma col sole a picco e le visiere affumicate abbassate si parte.

Si parte e ci si ferma dopo pochi minuti: la strada per il mare è un doppio serpente di lamiere che si muove lentissimamente. E’ anche per affrontare inconvenienti come questo che ci muoviamo in moto, un filo di gas e via, a cavallo della striscia bianca che divide in due la carreggiata che porta a sud della strada regionale, occhi attenti a schivare gli specchietti che sporgono da tutte le parti e, in una circostanza, anche le freccia un po’ troppo sporgente di una bisarca carica di auto fatte in Serbia ed in Polonia e che sono destinate ad andare a imbottigliarsi in qualche ingorgo chissà dove.

Non siamo le sole a districarci così dall’ingorgo. Dietro e davanti a noi ronzano e scoppiettano altri scooter, e ogni tanto rimbombano moto più grosse, un po’ penalizzate dagli spazi stretti.

Mi accorgo che nonostante tutti riesco a tenere un discreto passo; davanti a noi una bicilindrica americana detta il tempo, io la seguo a distanza di sicurezza. Lei mi stringe gentilmente ai fianchi, sento le sue gambe snelle contro le mie cosce, sa benissimo cosa fare per ridurre l’ingombro laterale.

Una goccia di sudore mi scorre sulla fronte e mi entra nell’occhio. Fa caldo, non ci sono dubbi, a questa velocità lo scooter pesa, e la coda non sembra voler finire. Sicuramente c’è stato un incidente, ma dove?

Lampeggiare di luce rossa: il biker davanti a noi ha inchiodato, e meno male che andava piano. Io ho lo spazio che mi serve per fermarmi più dolcemente e preparo anche il piede a terra ma non ce n’è bisogno. Trovo uno spazio e passo, con la coda dell’occhio noto la barba lunga e curata ed il casco vintage del motociclista che, con il suo giaccone di pelle con le frange deve soffrire il caldo più di me.

Adesso faccio io l’andatura. Un’occhiata agli specchietti e mi rendo conto che il biker è un po’ stronzo: mi sta incollato dietro, forse non ha preso bene il mio sorpasso. Lo farei passare ma non c’è spazio. Pazienza.

Lei deve essersene accorta, le sue dita trovano un varco tra il giubbotto tecnico, i jeans e la maglietta corta e arrivano alla pelle nuda; come sempre, mi trasmette forza, freddezza e serenità. Vuoi starmi attaccato al culo? Fallo pure, e non mi spaventa nemmeno il faro acceso che vorrebbe abbagliarmi, c’è troppa luce perché possa darmi fastidio.

Sirena, tutti cercano di farsi da parte, qui non c’è neanche la corsia di emergenza. Bianco e azzurro, una macchina della stradale si fa lentamente strada, è il momento di metterlo, quel piede a terra e lei ne approfitta per cambiare la presa e mi sfiora la nuca con mano leggera. C’è tutto, in questa carezza, e per me c’è la gioia di appartenere a lei.

Si riapre un varco, ripartiamo e dopo una nuova curva finalmente i lampeggianti blu segnalano l’incidente. Schivo una piccola vettura rossa che cambia corsia di colpo senza segnalare e sfiliamo accanto a quattro macchine accostate al new jersey: un bel tamponamento a catena, e come abbiano fatto, su un tratto dritto, aperto e pulito è un mistero. Affari loro, non si sono fatti male e questo è l’importante.

Via libera, accelero gradualmente ed è ora, la lancetta della temperatura è un po’ troppo vicina al limite superiore. Il bello di questo scooter è che quando sale di giri è regolare e sicuro, in un attimo ci troviamo ben oltre il limite di velocità ma è quello che mi serve per affrontare una serpeggiante salita oltre la quale usciremo finalmente sulla provinciale. Tengo la destra e faccio bene: con il frastuono brevettato e inconfondibile arriva il biker stronzo, ci sfiora, ci passa in tromba.

Non si fa, ma gli auguro un TIR di traverso dietro la prossima curva.

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