Infortuni – Prima parte

di cristinadellamore

Mi aspettavo un palazzo antico in centro, o un grattacielo tutto acciaio e vetro, e invece l’appuntamento per l’ultimo e decisivo colloquio di lavoro è in una anonima costruzione degli anni ’30, nient’altro che una delle mille (più o meno) agenzie di questa banca che ha deciso di mettersi a vendere case.

Le cose le fanno bene, per carità: sabato, come ho imparato che si deve fare in questi casi, e c’è un vantaggio, anche se devo attraversare tutta Roma o quasi. Perché posso farlo con la metro, senza neanche cambiare, giusto due passi, neanche cinque minuti per arrivare da casa alla fermata, e una volta a destinazione sbuco dai sotterranei proprio accanto all’ingresso della filiale. E sia sempre benedetto Google Maps, ovviamente.

Oggi fa caldo e l’appuntamento è davvero per il mattino presto: probabilmente non sono la sola a dover passare attraverso queste porte di fuoco. Lei mi ha aiutata a scegliere il vestito ed ha anche, ieri sera, nonostante le dicessi di lasciar perdere e che l’avrei fatto io, stirato il tailleur di lino di un azzurro scurissimo che dall’estate scorsa mi va appena un po’ largo e che accompagno con un po’ di colore in tinta sulle palpebre, reggiseno a balconcino e decolté tanto lustri da brillare.

“Ti ho fatto lavorare, quest’inverno, amore”, mi dice lei assestandomi la giacca sul seno con un buffetto; poi mi liscia la gonna sui fianchi e mi manda un bacio senza avvicinarsi per non sbavarmi il rossetto.

Io ricambio e sfiori il girocollo d’oro che mi ha regalato tanto tempo fa – ben prima che ci scambiassimo gli anelli – e che non tolgo mai, nemmeno quando metto il collare di cuoio da sottomessa per il suo e per il mio piacere. Lei sa cosa significa, la porto con me, sempre, mi farà compagnia e mi darà forza.

Durante il breve percorso a piedi posso solo stare attenta a non inciampare nelle trappole disseminate sull’asfalto ed a schivare le auto parcheggiate alla come viene che impediscono anche di attraversare la strada; quando finalmente raggiungo la confortevole semioscurità dei binari, dopo aver evitato un rovinoso scivolone sui gradini di travertino coperti da una strana patina scivolosa, serto residuo del venerdì sera molto alcolico celebrato qui, in faccia al laghetto ed al Fungo, ho finalmente il tempo di concentrarmi su quello che mi aspetta. Un sacco di tempo, per la verità, i teorici cinque minuti tra un treno e l’altro, stamattina, sono un’opinione, ed il tabellone luminoso, che so per esperienza essere anche troppo ottimista, ne indica sette che molto facilmente già sono dieci e diventeranno quindici.

Quello che mi aspetta, dicevo.

Sono interessata a questo nuovo lavoro? Questa è la prima domanda, e visto che sto sacrificando un altro sabato mattina la risposta è sì.

A qualsiasi costo? La risposta è no. Non sono così disperata anche se l’atmosfera in ufficio non è migliorata negli ultimi tempi e non ho ancora capito bene cosa aspettarmi dai progetti speciali che il nuovo capo vorrebbe affidarmi; visto che non lo ha ancora fatto, per adesso cerco di non pensarci troppo.

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