Cittadine

di cristinadellamore

“Quando si vota è sempre un giorno di festa, anche se non c’è motivo di essere entusiaste dei candidati”. Lei ne è convinta e mi ha convinta ad andare a votare per le comunali, nonostante tutto.

Giusto. Lo conosco bene anche io il primo articolo della costituzione, il secondo paragrafo (ho imparato da lei a dire comma, oppure alinea): la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Quindi si va a votare, di buon’ora, dopo la sveglia, la corsa, la doccia ed il caffè.

Per una festa ci si veste bene. Fa caldo, quindi il miniabito anni ’60 che ho comprato un paio di anni fa, corto ed ampio, così facile a volteggiare ed ondeggiare ben sopra il ginocchio, va benissimo; aggiungo una collanona da bancarella col simbolo della pace e le decolté e sono a posto. Lei ha preferito una camicetta di seta bianca ed una mini blu a piegoline, che fa molto pornostudentessa, con i mocassini senza calze.

In due passi siamo arrivate, e siccome proprio dall’altra parte della strada c’è il mercatino decidiamo che dopo faremo un giro. Ma adesso via, un sorriso ai carabinieri di servizio, in bassa uniforme, già stanche ed accaldati, e su per due piani di scale. Sorrido ancora, e anche lei: io sono senza mutandine in suo onore, lei porta un perizoma ridottissimo, dal basso deve essere un bello spettacolo.

Arrivate in cima alla prima rampa un’occhiata me lo conferma: nell’Arma benemerita saranno usi obbedir tacendo ma non sono ciechi.

Pochissima gente, ma forse sono tutti al mare. Pessima idea, si vota in una sola giornata, come in un Paese civile, e stasera potrebbe esserci una bella coda. Davanti al seggio, un altro carabiniere ed un rappresentante di lista, molto annoiato, dentro solo gli scrutatori, giovanissimi. Consegno tessera elettorale e carta di identità ad un ragazzo con i capelli castani raccolti in un’ordinatissima crocchia, ci fissiamo per un attimo negli occhi, poi lo scrutatore abbassa i suoi non prima che io noti il lampo di apprezzamento nelle iridi verde scuro.

Ci sono aspetti del rito elettorale che mi sfuggono. Prima viene registrata la mia presenza su un enorme registro, poi un altro scrutatore mi consegna matita e schede e mi indica la cabina; ce ne sono quattro, sono in qualche modo attrezzati per affrontare un discreto traffico.

La cabina è semibuia, la più lontana dalle finestre. Per fortuna ci si vede quanto basta per tracciare la croce dove va messa; però perdo un po’ di tempo a ripiegare le schede, quella per l’elezione del sindaco è una specie di lenzuolo. Quando esco lei è già davanti alle urne e con un gesto spettacolare lascia cadere le due schede contemporaneamente. Provo a fare lo stesso ma quasi mi incarto, la scheda rosa delle municipali proprio non vuol saperne di entrare. Avrei dovuto prepararmi, magari esercitarmi, probabilmente.

“Tu peli le patate”, mi dice lei all’orecchio, come per baciarmi, mentre attraversiamo sottobraccio la strada, “ed io ti regalo una maglietta, c’è una bancarella che vende proprio quelle che piacciono a te”.

Faccio segno di sì perché mi si è seccata la gola: mi ha infilato la lingua nell’orecchio, di sorpresa, e ho improvvisamente una gran fretta di tornare a casa.

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