Rifiuti

di cristinadellamore

Corvée spazzatura, e tocca a me. Plastica e metallo nelle bustine della frutta del supermercato, l’umido nel fragile sacchetto della farmacia, visto che lo buttiamo quasi tutti i giorni (bucce d’arancia, fondi di caffè, i resti delle verdure di una meravigliosa caponata, i gusci di due uova e le bucce di patate per una tortilla che ieri sera mi ha quasi provocato un orgasmo), il vetro (le bottiglie di vino, il vasetto del miele che da qualche tempo mettiamo nel caffè del mattino) in una busta che stiamo riutilizzando da un mese e che è arrivata alla fine, stasera concluderà la sua carriera nel bidoncino dell’indifferenziata.

Allora, sì, qui da un po’ è partita la raccolta porta a porta, ed ogni condominio ha la sua dotazione di bidoni da esporre secondo un complicato calendario, anche se sono più le volte che i furgoncini dell’AMA non passano; sono rimaste le campane verdi per il vetro lungo i marciapiedi. Fa anche freddo, alla faccia della primavera, quindi tutona e cappuccio calato quasi sugli occhi.

“Comincia a piovere. Lascia perdere, amore, ci pensiamo domani”, si preoccupa lei; ma no, è roba di cinque minuti, chiavi e telefonino nel tascone sulla pancia, le scocco un bacio sulla punta del naso e con una certa fatica mi chiudo alle spalle la porta di casa.

Già sul pianerottolo si sente l’odore della pioggia, che poi a me piace tantissimo, sa di pulito anche in città.  E quando esco in cortile – che poi è più lo spazio di manovra dei garage, ed è sconciato dal tubo del gas per la caldaia del riscaldamento centralizzato – mi rendo conto che si tratta di quattro gocce, in realtà. Però fa freddo, mi bagno le mani mentre alzo i coperchi dei bidoni e le dita mi si gelano.

Esco sul marciapiede e mi accorgo che è buio pesto, un sacco di carbone. Non passano automobili, e sì che non è tardi, e tutti i lampioni qui attorno sono spenti: c’è solo qualche luce che filtra dai palazzi. Freddo, buio e pioggia, non vi temo: lei mi aspetta e ha già stappato una bottiglia di Ruchè, semisconosciuto vino piemontese che in genere riserviamo al bel mezzo di un gelido inverno.

Due passi e la felpa è inzuppata. Passano finalmente due o tre macchine, i fari fanno una luce un po’ da film dell’orrore, mancano ancora venti metri. Vedo benissimo il mio obbiettivo, illuminato dai fari di una vettura ferma proprio lì.

E c’è anche una ragazza, le gambe interminabili allungate dagli stiletti e scoperte dagli shorts, china a contrattare attraverso il finestrino.

Adesso sento proprio freddo, addirittura il gelo mi entra dentro, mi tremano le mani e le bottiglie mi sfuggono da tutte le parti mentre le infilo nella campana; la ragazza è salita in auto ed è sparita nel buio e so dove si è diretta, neanche cento metri più in là, sotto gli alberi nel parcheggio che di giorno è sempre pieno.

Incurante della pioggia che si è fatta diluvio parto di corsa, scivolo e resto in piedi per caso, e quando apro la porta sono zuppa e in faccia è mista alle lacrime.

Lei mi stava aspettando nell’ingresso, bottiglia e bicchiere, che spariscono in un attimo, sostituiti da un enorme telo di spugna: mi avvolge così come sono, poi mi fa stendere sul divano e mi toglie delicatamente di dosso i panni bagnati.

Non dice niente ma c’è molta tristezza nei suoi occhi. Ha capito tutto, mi terrà tra le braccia per tutto il tempo che ci vorrà.

 

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