Iride

di cristinadellamore

Sono uscita a correre da sola. Lei è ancora bloccata da tosse e raffreddore, tornata a casa le ho preparato una tazza di tè e mi sono sistemata ai suoi piedi.

Lei era in poltrona, una coperta sulle ginocchia, pallida e con le occhiaie: una brutta influenza di primavera; era dovuta andare al lavoro, una riunione cui non poteva mancare, e non le aveva giovato.

“Non posso neanche baciarti, e anche stasera dovrai dormire nell’altra stanza, mi dispiace”. Dispiace più a me, come mi dispiace non sentire il suo tocco sulla nuca: lo fa sempre quando mi sistemo così, ma lei ha paura di contagiarmi e si trattiene.

“Non restare qui a respirare i miei bacilli, amore. Esci a fare una passeggiata, o magari vai a correre, già ieri non lo hai fatto. Ti farà bene, e vedrai che domani starò meglio”. Non voglio lasciarla sola, cosa significa amarla e onorarla in salute e malattia se non starle accanto anche in questi momenti? Ma lei insiste ed io mi lascio convincere. So che le piace vedermi in maglietta e calzoncini, e mi cambio lì davanti a lei, le strappo un sorriso.

“Ti penserò molto intensamente mentre sarai via, e mi troverai guarita”. Magari. Soffio un bacio da lontano e parto.

Tempo strano, c’era il sole quando sono tornata a casa, e faceva anche caldo, ma adesso sono arrivati inquietanti nuvoloni neri, il vento è rinforzato e la temperatura si è abbassata.

Mi sembra strano correre da sola, mi sembra difficile trovare il passo giusto senza seguire lei, c’è traffico ed è complicato attraversare le strade senza finire sotto una macchina, anche parecchi pedoni che mi guardano come se fosse una marziana e non pensano neanche a togliersi di mezzo.

Potrebbe andare peggio, potrebbe piovere. E infatti il vento cala di colpo e mentre sono in un tratto completamente aperto arrivano le prime gocce. Provo ad allungare il passo, poi riprendo il mio ritmo: in effetti la pioggia non rinforza, anzi diminuisce, quanto basta per darmi fastidio ma non per bagnarmi.

Lei ha avuto ragione, correre mi fa bene. Però voglio tornare a casa, farmi la doccia e prendermi cura di lei. Evito una pozzanghera che chissà come si è formata per la poca acqua caduta dal cielo, ed al cielo alzo gli occhi.

E quasi sbaglio il passo e rischio di cadere: lì davanti, oltre l’ansa del Tevere, nettissimo contro i nuvoloni neri, un arcobaleno.

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