Dovere civico

di cristinadellamore

L’idea era di andare presto al seggio, votare e poi andare al mare. Inaugurare la stagione, insomma, con una settimana di anticipo sul fine settimana del 25 aprile.

Siamo uscite a correre e ci siamo accorte, però, che il tempo non era dei migliori, soprattutto c’era molto vento, più che tiepido soffocante.

“Non importa”, ha detto lei, “andremo almeno a respirare un po’ d’aria fresca. Prendiamo lo scooter e mi lascerai guidare, me lo hai promesso”. Ma certo; lo avevo promesso e poi eravamo sotto la doccia e mi stava insaponando la schiena, in quel momento non potevo negarle nulla.

Un minuto, non di più. Per la prima volta mi accomodo sul sellino posteriore dello scooter, non per la prima volta mi stringo a lei ma il viaggio è brevissimo. E’ a un passo da casa nostra, accanto al Colosseo quadrato, è lungo il nostro itinerario della corsa quotidiana.

Facciamo un ingresso clamoroso nel seggio; io mi sento molto fiera, stringo la tessera elettorale nuova di zecca, mi è arrivata a casa poco dopo il cambio di residenza e non mi rendo conto dell’effetto che facciamo sugli annoiati scrutatori, tutti molto giovani. Siamo quasi in uniforme, giubbotto e jeans; io ho messo gli stivaletti borchiati alla caviglia che stanno benissimo con il giubbotto in vera finta pelle che, dopo un tira e molla durato quasi un mese, lei mi ha regalato. Vintage, ha detto, e si è convinta dopo aver rivisto un film in bianco e nero con Marlon Brando, che indossava una giacca simile, la chiusura lampo in diagonale, i risvolti che si aprono come baveri e si possono bloccare con dei bottoni automatici.

Il voto è questione di un attimo; poi lo scrutatore biondo e con gli occhi azzurri mi restituisce i documenti sfiorandomi le dita. Lo ha fatto apposta? Difficile a dirsi, con lei che mi guarda sorridendo, quasi ad assolvermi. Una volta mi piaceva questo potere, adesso è per me una specie di maledizione: non vedono gli anelli che porto, non capiscono che ho donato me stessa, corpo, cuore ed anima, ad una persona che è tutto per me?

Giù per le scale di questa scuola, faccio risuonare i tacchi. Lei mi prende la mano, se la porta alle labbra sotto gli occhi sgranati dei carabinieri di servizio; è una mia impressione o ho davvero sentito uno sbattere di tacchi?

“Che dici, lasciamo perdere il mare? Tieni il giubbotto e basta”.

Ma certo. Abbiamo tutta la giornata davanti.

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