Pioggia

di cristinadellamore

Stamattina ci siamo infilate dentro casa, dopo la nostra prolungata corsa mattutina, appena in tempo, subito prima che cominciasse a piovere. C’era già tanto vento che ci ha dato parecchio fastidio, anche se era tiepido se non addirittura caldo.

Sono davanti io, come al solito al ritorno, ho infilato al primo colpo la chiave nella serratura del cancello di metallo, e sempre di corsa ho divorato il vialetto di accesso schivando la ben nota commessura tra i lastroni che lo pavimentano. Due balzi, ho scavalcato il passaggio carrabile con i suoi cubetti di porfido in dissesto ed ho trovato la porta a vetri spalancata.

Ho soffocato una maledizione rivolta al solito maleducato e sono entrata nell’atrio; lei è dietro di me, come sempre, e mi sorpassa perché mi fermo per spingere la porta e chiuderla: proprio in quel momento il primo spruzzo di pioggia portata dal vento che mi sembra finalmente fresco sulla pelle sudata.

Mancano due piani di scale, qualche volta ci fermiamo e prendiamo l’ascensore, ma lei lo ignora. Ignora anche le scale, però. Punta nell’angolo più nascosto, sotto la prima rampa. Le vado dietro, che altro, e le piombo addosso perché si ferma di colpo.

I nostri corpi si incastrano con precisione, come sempre. Le narici piene dell’odore di lei, reso più forte dal sudore sulla pelle, stringo e spingo, appoggio le labbra sulla nuca, tiro fuori la lingua e lecco, e non ho più voglia di fermarmi, di aspettare e salire le scale.

“Non fermarti, ti prego”.

Non ci penso neanche. Comando io, la spingo contro la parete, china in avanti, frugo disperatamente ma i calzoncini elastici sono troppo stretti ed aderenti, con un dito trovo un varco ma ci rinuncio e li calo alle ginocchia con un colpo secco, quasi li strappo e le strappo un gemito.

Qui diventa sempre più buio, sento un tuono e vedo il suo culo perfetto biancheggiare nella penombra.

“Ti prego”, ripete.

Non ha bisogno di incitarmi, due dita dentro, con furia, e intanto le tappo la bocca con l’altra mano. Lei sobbalza, si irrigidisce, mi morde e poi si abbandona, si appoggia al muro, inarca le reni e allarga le gambe. Spingo, affondo, stretta a lei, e la sostengo quando le ginocchia non la reggono più e si affloscia tra le mie braccia con un lamento soffocato. Non è durato più di due minuti.

Non ce la faccio a fare le scale e chiamo l’ascensore; lei è ancora appoggiata a me, ricomposta per quanto è possibile. L’ascensore arriva e lei mi precede; preme il pulsante dell’ultimo piano.

“Andiamo in terrazza. Devo ricambiare, e adoro quando piove”.

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