Riunioni

di cristinadellamore

Nessuna voglia di cucinare dopo una settimana faticosa, e allora invitiamo mio cognato, la moglie ed il nipotino a mangiare fuori, nel ristorante di pesce che lei ama. E anche io, dopo aver preso le misure alla cameriera bionda ed espansiva, apprezzo senza agitarmi troppo per i baci e gli abbracci cui lei deve sottoporsi e che ora sono estesi anche a me.

Leo è ormai cresciuto abbastanza da sapersi comportare a tavola e ovviamente è al posto d’onore, tra il padre e lei, la zia, sul seggiolone per il quale è forse un po’ troppo grande, ma per una sedia è ancora troppo piccolo; il pancino di mia cognata comincia a vedersi, e stavolta speriamo che sia femmina.

Qui sono molto buoni gli antipasti, buoni ed abbondantissimi, da farci pranzo, cena e colazione, ma stavolta stiamo su un menù tradizionale ed io opto per gli spaghetti a vongole con una spolverata di bottarga, e litigo per cinque minuti buoni con i gusci, ce ne sono tantissimi. La fatica è premiata da un primo piatto splendido; li ha presi anche lei e sono certa che con un angolo del cervello sta pensando a come replicare questo piatto a casa. Ma solo con un angolo, perché tra un boccone e l’altro mi guarda negli occhi e mi sorride, per essere poi richiamata all’ordine dal nipote che mangia molto compitamente i suoi ravioli ripieni di ricciola, anche se di ognuno deve fare tre bocconi, e reclama l’attenzione che merita.

E insomma, racconta che ha baciato la sua amica con i capelli rossi e gli è piaciuto tanto, e crede che sia piaciuto anche a lei. E intanto mi guarda e mi strizza l’occhio con una complicità molto adulta. Lei se ne accorge e mi manda un bacio.

Mezzo bicchiere di vino prima di chiedergli i particolari. E lui diventa rosso e dice di no, alla sua amica non piacerebbe, e già forse non avrebbe dovuto raccontarlo. Mica male, ottimi cromosomi e ottima educazione. Peccato che adesso arrivi in tavola, in attesa del secondo, il pinzimonio, ed i vasetti con olio, sale e pepe costituiscano una pericolosissima tentazione.

Sgranocchiando una carota fin troppo condita, Leo dimentica i buoni propositi, con l’olio che sgocciola da tutte le parti si macchia il maglione che per fortuna può andare in lavatrice, come mi sussurra la madre, e racconta che ha cominciato con le lentiggini, sulle guance, sul naso, sulla fronte, poi ha preso il coraggio a due mani e la ha baciata sulle labbra.

Finita la carota finisce anche il racconto. Ci deve essere qualcosa in più, che vuole e non vuole dire, o magari vuol raccontare solo a me, e me ne accorgo da come mi guarda. Pazienza, mi consolo con la spigola e con la gradita pressione della coscia contro quella di lei.

Alla fine, ho io l’onore di aiutarlo a scendere dal seggiolone e coglie l’occasione per chiedermi di accompagnarlo in bagno. E’ una scusa? Certo che sì. La porta si chiude alle nostre spalle e lui mi guarda in maniera terribilmente adulta prima di chiedermi: “Lei ha detto che bacio meglio di Kevin. E’ grave se non sono stato il primo?”

Mi scruta dal basso in alto e, maledizione, per prima cosa vorrei aver studiato di più, e poi questo piccolo bagno non è il posto adatto. Ci penso un attimo e poi mi butto, e gli spiego che secondo me il primo è uno cui segue il secondo, e poi il terzo, e così via; è più importante essere l’ultimo.

Leo annuisce prima di parlare: “La zia è l’ultima per te, non è vero?”

E invece di rispondere mi metto a piangere, che figuraccia.

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