Riso

di cristinadellamore

Carnevale quest’anno lo passiamo da sole, ha detto lei trovandomi d’accordo; non mi sono divertita molto l’anno scorso e non ho voglia di ripetere quella serata, e le nostre amiche che due anni fa avevano organizzato un martedì grasso perfetto questa volta non fanno niente e si coccolano l’erede.

“Non voglio cucinare, però”, ha aggiunto, “andiamo a mangiare fuori, ti porto in un posto dove non siamo mai state assieme”. Il che significa che lei ci è andata con altri: piccola botta di gelosia, tanto per cambiare.

Allora, stasera si mangia cinese, a cinque minuti di moto da casa nostra, zona Terza Università, viale trafficatissimo ma per fortuna il marciapiede è ampio e dentro non si sente l’onnipresente odore di fritto che spesso ristagna nei ristoranti cinesi. Altra cosa: mi guardo attorno, magari è presto, però siamo le uniche con gli occhi tondi. Ai tavoli, tutti sudditi del Celeste Impero, e questo deve significare qualche cosa.

“Te ne sei accorta? Qui ci vengono i cinesi, e ti assicuro che si mangia benissimo”, mi ha detto prima di sorridere al giovane direttore di sala, occhi a mandorla, barbetta rada e codino, che si esprime in ottimo italiano.

Un tavolino d’angolo, un po’ discosto, un piccolo calice di prosecco, e lei ordina per me: non ho mai mangiato cucina cinese, mi lascio guidare. Lei apprezza, tocchiamo i bicchieri e mi manda un bacio, come a dirmi che la mia fiducia sarà premiata, e non solo a tavola; non sa che io mi sono accorta che ha portato a casa e malamente nascosto in un angolo dello studio una busta anonima ma piuttosto grande che probabilmente farà parte dei festeggiamenti di stasera. Non vedo l’ora che questa cena finisca.

Lei svuota il bicchiere e mi fa segno di imitarla: “Qui non si beve alcol, ma solo tè, ed i puristi si accontentano di acqua calda. Diciamo che prendiamo una bottiglia di minerale e basta”. Per stare così, gli occhi negli occhi,le ginocchia che si sfiorano, disposta a qualsiasi cosa.

“So che ti piace il piccante”, mi spiega lei quando arrivano i piatti, “assaggia e poi ce li scambiamo”. Guardo nel mio, una specie di filetto di un manzo nano, e nel suo, sembra uno spezzatino giallastro. Però è ottimo, e guarda un po’, le bacchette non sono poi così difficili da manovrare.

“E’ anatra arrosto. Tra l’altro dal nostro macellaio vendono il petto d’anatra già disossato, dovremmo provare a farlo. Adesso prova questo, è pollo”. Piccantissimo ma molto gradevole, e che bello, già tagliato a pezzettini, poi sotto i denti qualcosa di più duro e quasi dolce, sembra una nocciolina.

Al contrario del sushi, questa roba riempie, anche perché, senza che me ne accorgessi, ci hanno portato anche un vassoio di riso condito con piselli, prosciutto e pezzettino di frittata.

“Tieni un po’ di posto, c’è il maiale che vorrei farti assaggiare”. E questo non è piccante ma agrodolce, e la carne si scioglie in bocca.

Non abbiamo mangiato tanto, in realtà, ma si sento sazia; e intanto la clientela è cambiata, i cinesi sono andati a dormire e sono stati sostituiti da più rumorosi italiani, per la maggior parte in coppie. Un’occhiata al telefonino: è abbastanza presto, la serata è appena cominciata, ma lei si alza, paga e saluta una signora cinese dalla faccia simpaticamente dura, una vera mamma tigre secondo me, e quasi mi trascina fuori.

“Avevo voglia di baciarti”, e lo fa, lì con il casco appeso al gomito, mi mette una mano sulla nuca e non mi lascia, le labbra sulle mie, la lingua in bocca, inguine contro inguine, finché le ginocchia non cominciano a tremarmi.

“Andiamo, c’è una bottiglia che ci aspetta”. Arriviamo a casa in un lampo e nell’ascensore mi bacia di nuovo, peccato che siano solo due piani.

Le ginocchia mi tremano di nuovo quando lei apre la porta e mi dice: “Mettiti comoda, io stappo la bottiglia”. So cosa significa, mi strappo di dosso giacca di pelle, maglione, reggiseno, stivaletti, calzini, jeans e mutandine che trovo umide al cavallo – diciamo la verità, bagnate fradicie, e torno da lei. Che mi attende con un calice di vino rosso ed un mantello nero che le arriva fino ai piedi, e nient’altro.

La mia guardia inizia: buon carnevale.

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