Conseguenze – Seconda parte

di cristinadellamore

(Segue da qui)

Lei è stata fin troppo facile profeta. La chiamata a raccolta da parte dei nuovi capi è arrivata anche troppo presto, sotto forma di messaggio sulla posta aziendale. Per fortuna all’inizio della giornata di lavoro, quindi con tutto il tempo di organizzarmi in un giorno in cui non avevo appuntamenti fissati e contavo di dedicarmi alla noiosissima parte amministrativa.

Ero convocata dal direttore generale. Doppia fortuna, avevo viaggiato in metro, quella mattina, quindi indossavo la mia uniforme da donna in carriera, copiata da lei, tailleur grigio, camicetta di seta azzurra, calze nere con la riga e decolté lucidi. Nonostante tutto ero un po’ preoccupata. Sì, perché non avevo la minima idea di cosa potessero chiedermi, e non sapevo se avevo magari il dubbio onore di essere la prima della lista, o se anche gli altri commerciali erano già passati per quelle forche caudine e non l’avevano raccontato a nessuno.

Trenta secondi prima dell’ora fissata si è materializzato accanto alla mia scrivania il nuovo segretario/URP/tuttofare, mi ha fatto un cenno col capo mantenendo un’espressione impenetrabile e mi ha scortata attraverso l’ufficio. Sa benissimo che lo detesto cordialmente e ricambia, e si vede. Per un istante la mia è sembrata la passeggiata del dead man walking (meglio woman, nel mio caso, ma ci siamo capiti), anche perché improvvisamente il solito brusio dei colleghi, quello che parla al telefono, quello che insulta il computer che non fa quello che deve, quello che ascolta la musica in cuffia a volume altissimo, si è spento e mi sono resa conto che sì, ero la prima in assoluto ad essere sottoposta a questa moderna ordalia.

La stanza del direttore generale l’ho vista una sola volta da quando lavoro qui, in occasione della mia promozione a commerciale, e confesso che non me la ricordo. Non ho idea se il nuovo direttore ha modificato o rinnovato l’arredamento; quando il segretario apre la porta dopo aver bussato puramente per la forma vedo una scrivania completamente vuota e lucida, una enorme poltrona nera troppo moderna e funzionale per riuscire a lavorare standoci seduti sopra e nient’altro. Il direttore è in piedi accanto alla scrivania, fa un passo, uno solo, e sono io ad andargli incontro, Alle mie spalle il segretario chiude la porta.

Vediamo, questo tizio non avrà più di trent’anni, biondiccio e con pochi capelli, enormi occhi di un celeste slavato, ed è più basso di me, che con i miei stiletti raggiungo abbondantemente il metro e ottanta. Molto magro, la giacca del completo grigio gli pende addosso che se si fosse imbarcato in una rigida dieta e non avesse ancora rinnovato il guardaroba. Ultima occhiata, scarpe nere lucidissime e costose, che non posso fare a meno di apprezzare: un uomo con un gusto così per le scarpe non può essere del tutto cattivo.

Stretta di mano ed invito ad accomodarmi. Dove? In un angolo c’è una poltroncina di quelle senza braccioli, da segretaria. E’ bassissima, mi trovo immediatamente in posizione di inferiorità.

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