Aranciata

di cristinadellamore

Giornata grigia ed umida, il peggior sabato possibile, e tante commissioni da fare. Ci dividiamo i compiti e via, a me tocca il piccolo supermercato dai grandissimi prezzi che però è tanto comodo perché ad un passo da casa, soprattutto quando c’è da comprare l’acqua minerale, due fardelli, dodici bottiglie, diciotto chili, più altre cosette come i detersivi per panni e piatti. Poi non resisto e prendo anche una bottiglia che mi colpisce per l’etichetta e per il luogo di origine, un bianco siciliano che magari stapperemo domani sera, visto che stasera usciamo.

Il sorridente portinaio filippino è comodamente seduto al suo posto, si alza a mezzo e apre la porta a vetri dell’androne premendo una più o meno segreta combinazione di tasti sulla pulsantiera del citofono; in genere sento i toni elettronici ma stavolta no, c’è l’inconfondibile rombo della bicilindrica boxer, sta arrivando anche lei, e meno male perché abbiamo ancora tante cose da fare, c’è ancora il vino da comprare all’enoteca e poi il parrucchiere: stasera usciamo.

Chiamo l’ascensore e la aspetto, lei arriva ancora con lo zaino in spalla, ha comprato la carne ed è passata al mercatino, in profumeria ed in farmacia. Regge anche, con una certa fatica, una busta rigonfia, di quelle che sembra debbano rompersi da un momento all’altro.

Mi bacia in punta di labbra mentre aspettiamo l’ascensore, poi mi infila la lingua in bocca mentre saliamo i due piani, e mi sembra che ci si metta troppo poco tempo, non può abbracciarmi, e carica come sono neanche io ci riesco e mi riprometto che ci rifaremo dopo aver messo a posto la spesa.

In realtà non lo facciamo, almeno non subito. Dalla busta che poi miracolosamente è intatta e potremo riutilizzare per l’umido lei ha estratto due sacchetti di arance.

“Venti euro”, mi dice, “e non so neanche dove metterle”.

Non mi sembrano siano d’oro. Sono anche piccoline, al super più economico vanno a 1,79 al chilo.

“Contributo, atto di liberalità, chiamalo come ti pare”, sorride un po’ amaro, ed io guardo meglio, c’è il logo dell’associazione per la ricerca sul cancro. D’accordo, con un po’ di pazienza la mattina ci potremo fare una bella spremuta.

“Nonno è finito così, cancro al fegato, in sei mesi se ne è andato e gli ultimi due non sono stati belli. Glielo devo, davvero”.

Il sorriso diventa una smorfia, gli angoli delle labbra si piegano all’ingiù e comincia a piangere, improvvisamente. E io, lì in cucina, con pacchi e pacchetti sparsi, la abbraccio, la stringo, le bacio le palpebre, bevo le sue lacrime e la piego sul tavolo e la spoglio e le faccio l’amore. E alla fine mi sono messa a piangere, anche io, ed è toccato a lei, ancora fremente per il piacere che le ho dato, a sorridere ed abbracciarmi.

PS. L’etichetta che mi aveva attirata è questa qui

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