Improvvisando

di cristinadellamore

Imbocco il vialetto pedonale barcollando un po’, dopo una giornata di lavoro più pesante del solito, e pregusto un bagno caldo per togliermi dalle ossa un po’ di freddo che oggi mi è entrato proprio dentro. E poi sta arrivando il week end, stasera stiamo a casa e domani sera abbiamo in programma pizza con le amiche, e domani mattina potremo andare a correre un po’ più tardi, magari una mezz’ora di sonno in più che non guasta.

Strizzo gli occhi un po’ abbagliata dalle nuove luci che il condominio ha sistemato davanti al gabbiotto del portiere: lei è lì, dritta come un fuso, elegante nel giaccone tecnico che le allarga le spalle e le sottolinea la vita sottile, sta discutendo animatamente – si capisce anche da qui, a dieci metri di distanza – con due condomini; uno è l’ingegnere triste e beneducato dell’ultimo piano, piccolo e magro, l’altro è il sessantenne del primo, basso e tarchiato e decisamente meno gradevole come interlocutore.

Sobbalzo, al mio fianco è comparso il sorridente portinaio filippino, sbucato dal buio freddo di questo tramonto di gennaio; per natale, pasqua e ferragosto riceve da noi un concreto augurio di buone feste ed in cambio ci saluta sempre per primo. Anche stasera col suo inimitabile accento mi augura la buona sera: rispondo meccanicamente, ho imparato anche questo grazie a lei, non costa nulla e può essere molto utile la gentilezza in ogni occasione.

Vorrei correre ad abbracciarla ma qualcosa mi obbliga a restare qui, quasi invisibile nel mio piumino nero. Lei regge senza fatica apparente la borsa di pelle con il computer e le pratiche che quando è in sella mette a tracolla e la borsetta che le ho regalato l’anno scorso che che forse dovrebbe cambiare, è bella ma si è logorata in fretta, e mi rendo conto che stanno parlando dei lavori di ristrutturazione del palazzo. E’ una spesa di circa mezzo milione, a noi toccheranno circa ventimila euro ed abbiamo già deciso che sì, faremo a metà. Solo che i lavori non sono ancora iniziati, e sì che sono ormai passati sei mesi da quando i condomini hanno raggiunto un accordo di massima.

Il condomino del primo piano si infervora, gesticola e alza la voce, l’ingegnere del quinto fa un passo indietro e lei ne fa uno avanti, la vedo di profilo e la sento tagliare corto, dice qualcosa come “non è questa la sede”, molto giuridica come espressione.

Lei ha bisogno di aiuto, almeno per chiudere la discussione, e allora divoro il vialetto, la raggiungo, la prendo sottobraccio e mi scaldo al suo sorriso; senza alcuna sorpresa si è voltata e già sapeva, non capisco come, che io ero lì.

“Ciao, amore. Sei stanca? Andiamo a casa, è ora”.

Ci salutiamo molto urbanamente, la tensione è scemata. Lei mi ringrazia nel modo migliore, mi fa fare il bagno che desideravo, mi insapona la schiena, mi massaggia le caviglie e intanto mi spiega.

“Si discute di diecimila euro su mezzo milione. Diecimila euro da dividere per quaranta condomini, è ridicolo, ma se non arrivavi tu ero ancora lì. Grazie, e sei sei a posto ecco l’accappatoio, l’ho tenuto sul radiatore del riscaldamento, è tiepido come piace a te, e poi entro io nella vasca per crogiolarmi nel tuo odore. Posso starci finché non si raffredda l’acqua, e poi ti preparerò un risottino al volo, ma tu dovrai imboccarmi, che ne dici, ti va?”

Che domande, certo che sì.

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