Intervista – Seconda parte

di cristinadellamore

(Qui la prima parte)

 

“Per prima cosa, non devi arrivare in ritardo, ma neanche in anticipo. Diciamo che va bene cinque minuti prima”.

Seguo le indicazione che mi ha dato lei per affrontare questo colloquio; il traffico di Roma è imprevedibile, come è imprevedibile la frequenza dei mezzi pubblici, se arrivo troppo presto mi fermo in un bar. E arrivo troppo presto, per un percorso di quindici chilometri – una parte di quello che faccio per andare in ufficio quando lei mi lascia la moto – ci ho messo una mezza eternità anche perché l’autobus non passava mai, ma ho il tempo di prendere un caffè. Con attenzione, però.

“Elegante ma senza esagerare. Colori assertivi ma non troppo”.

Insomma, qui cominciano le cose difficili. Tailleur scuro, giacca aderente ma non troppo, gonna attillata ma non cortissima, calze coprenti e scarpe lucide: agli stiletti non ci rinuncio, e tocco di colore, camicetta di seta rossa.

“Poco trucco, mi raccomando”.

E allora solo il mio adorato rossetto e lo smalto dello stesso colore. Ho avuto la tentazione di un tocco di ombretto, ma lei mi ha visto e mi ha fatto cenno di no. Poi mi ha ispezionata sulla porta, e mi sono quasi messa sull’attenti, mi ha sistemato con un tocco leggero il bavero della camicetta e mi ha sfiorato le labbra con un bacio.

Il caffè mi dà un po’ di nausea: sono nervosa, non ho mai affrontato una cosa del genere, guardo l’ora sul telefonino, mando un messaggio a lei che mi risponde subito, un incoraggiamento di cui ho proprio bisogno e una promessa per la serata (“Comunque vada stasera festeggiamo”), mi avvio cercando di mostrare una sicurezza che non provo.

Receptionist bionda ed elegante, divani di pelle, una sorta di profumo leggero nell’aria: questa qui è una azienda che va bene, e si vede. La prima prova è proprio sedermi sul divano senza mostrare le mutandine, mi sa, faccio forza con i muscoli della schiena per restare dritta e stringo le gambe, resto seduta composta e scomodissima per un tempo infinito, o almeno mi sembra, poi la receptionist mi sorride professionalmente mettendo in mostra i denti troppo regolari per non essere incapsulati e mi invita a passare.

“Da qui in avanti dovrai fare da sola, ma ricorda una cosa: non hai bisogno di loro, sono loro ad aver bisogno di te, ti hanno cercata e dovranno dire di più di quello che fanno in genere”.

Sottinteso: ascolta e parla il meno possibile, qui non stai cercando di vendere un gestionale, sei te che devi piazzare. E mi ricordo di spegnere il telefono prima di attraversare una doppia porta coperta di pelle.

Mi aspettavo di trovare un ufficio moderno, e invece mi trovo in un salottino dall’aria antica, librerie a parete di legno scuro e vetro, poltrone di cuoio rossiccio, due persone in piedi a salutarmi.

Un uomo e una donna: come mai non sono sorpresa?

L’uomo è biondo, occhi verdi, perfettamente sbarbato e alto e magro da fare impressione, la donna è bruna, piccola e formosa, io pensavo di avere curve pronunciato ma davanti a lei sembro una modella anoressica; mi fissa con penetranti occhi neri. E’ solo un’impressione o davvero si è leccata le labbra impeccabilmente sottolineate da un rossetto quasi nero con la punta di una lingua rosso fuoco?

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