Incidenti

di cristinadellamore

Non sembra, ma oggi a Roma si viaggia a targhe alterne. Non sembra nel senso che il traffico è addirittura parossistico, fin dal mattino, e meno male che oggi lei mi ha lasciato la moto e se ne è rimasta a casa, lo studio è chiuso e riapre dopo la befana.

Mi apro la strada nei soliti punti congestionati: a bassa velocità la tuta impermeabile che ho indossato sopra il tailleur pantalone mi tiene anche troppo caldo, la visiera del casco integrale non si appanna ma comincio a sudare. E non appena la strada si libera e posso raggiungere i settanta all’ora la sconto, ecco il brivido di freddo, e per i prossimi venti minuti mi toccherà soffrire un po’.

Semaforo rosso, piede a terra e motore in folle; conosco il tempo di attesa a memoria, in genere sono sul sellino posteriore ma da quando ho preso la patente sono più attenta, facendomi forza cercando di non pensare troppo a lei ed al suo corpo contro il quale mi stringo.

Luce verde, e via, si riparte. Macchine parcheggiate come capita, pedoni che si buttano in mezzo alla strada, insomma, il solito caos del traffico romano, peggiorato dalla prossimità del natale.

Schivo un SUV che esce dal parcheggio senza segnalare e senza guardare e decelero gradualmente per fermarmi al semaforo rosso. Sono in salita, la moto pesa, due dita a stringere la leva del freno. Lei è una virtuosa della partenza in salita con la macchina, me ne ha più volte spiegato i segreti, con la moto mi sembra più semplice,

Fa più freddo, c’è un po’ di foschia, nel tratto che taglia in due una dei grandi spazi verdi di Roma. Qui siamo invitate a correre ma bisogna fare attenzione, spesso la polizia municipale è appostata con l’autovelox, sono più di cento euro e punti sulla patente, ed il limite è di cinquanta, davvero penalizzante, che si spiega però con la curva a sinistra, il cavalcavia dell’Aurelia, la curva a destra ed il semaforo che vigila sull’incrocio con la strada che porta al Vaticano e poi a piazza Venezia.

Il semaforo è verde, scalo due marce e lo prendo quasi per la coda, la moto vibra e protesta; non bisogna contraddirla ma assecondarla, quindi la lascio andare e mi infilo di giustezza tra un furgoncino ed una strana macchinetta con la targa nera a caratteri bianchi. La riconosco, è una cinquecento, avrà almeno quarant’anni ed è tenuta come un gioiello, al sole basso la carrozzeria brilla, con la coda dell’occhio vedo addirittura le fasce bianche sui copertoni.

Altro rosso. Lei mi ha spiegato che bisogna sempre guardare almeno cento metri più avanti, e cercare di mettersi nei panni degli automobilisti che ci circondano: ha addirittura usato una parola greca, ha detto etopoia, l’ho cercata su Google ed ho scoperto che si scrive così: ἠθοποιΐα, e si riferisce ad un avvocato della Grecia classica. All’epoca le parti, mi ha spiegato poi, si difendevano da sole, e questo Lisia era capace di preparare i discorsi in maniera tale che non stonassero con il personaggio: un artigiano non poteva usare le frasi raffinate di un possidente che magari aveva anche studiato al Λύκειον, che poi sarebbe la scuola di Aristotele.

Lasciamo perdere: sono quasi arrivata, non appena metterò piede a terra chiamerò lei per tranquillizzarla; lascio i grandi viali per le stradette secondarie di un quartiere ex residenziale che a lei piace molto, qualche volta mi ha confessato che le piacerebbe trasferirsi qui. Certo, è più centrale del nostro, ma è anche più incasinato.

Ultima curva, ultimo semaforo: rosso, neanche a dirlo; mani e piedi intirizziti, mi merito una tazzona di caffè americano bollente, certamente non da bere ma per scaldarmi. Ho impegnato tutta la corsia, negli specchietti noto che non ho nessuno dietro,  arrivano in senso contrario e passano col rosso, faccia loro buon pro, cosa guadagnano poi in termini di tempo?

Infagottata in un montgomery scuro col cappuccio tirato su, mi passa davanti sulle strisce una signora anziana carica di buste di plastica. Il semaforo per lei è diventato giallo. O non se ne accorge o non è in grado di allungare il passo. Scatta il verde per noi, lei è ancora lì in mezzo alla strada e capita quello che deve capitare, arriva sull’altra corsia un tizio che vede il verde e accelera, io rimango dove sono, inchiodata dalla paura, la macchina passa e sfiora la donna che barcolla e mi viene addosso.

Tenere ferma una bicilindrica russa e contemporaneamente afferrare al volo un pedone mi sembra superiore alle mie possibilità. Però la signora anziana decide per me, perché molla tutto e si aggrappa al mio braccio; le buste di plastica finiscono in terra ed il loro modesto contenuto rotola per ogni dove, io barcollo ma non mollo e per fortuna non arriva nessuno alle mie spalle, magari chiedendo strada a colpi di clacson.

Finisce come deve finire, la moto sul cavalletto di traverso in mezzo alla strada ed io che raccolgo, una per una, le povere cose sparse sull’asfalto. Alla fine la signora mi ringrazia con molta dignità, con la stessa dignità rifiuta la mia offerta di fare colazione e la banconota da cinquanta che cerco di passarle mentre ci stringiamo la mano.

E come potete immaginare, in ufficio resto a lungo a fissare il vuoto, con gli occhi un po’ rossi per le lacrime trattenute. Lei, che sa cosa significa, mi ha detto che non posso salvare il mondo. Ma aiutare magari sì.

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