Possibilità

di cristinadellamore

Buio e freddo. Corriamo, lei fa l’andatura e quando siamo al solito punto in cui passo avanti io e torniamo indietro accelera e tira dritto.

Passiamo sotto al Colosseo quadrato, con la sua nuova luce magica,  rare macchine, è troppo presto, sento il rumore del mio respiro. Dovrei ancora respirare col naso, ma apro la bocca e ingoio una boccata di aria fredda; niente di buono, mi fa improvvisamente male il fianco e proseguo ipnotizzata dalla danza delle sue natiche, calzoncini sopra la calzamaglia.

Scendiamo nel verde che a quest’ora è nero, fa ancora più freddo ed è buio, ma adesso faccio meno fatica. Solo che al ritorno sarà in salita; preferisco non pensarci, penso invece alla doccia con lei ed al caffè bollente che berremo assieme.

Quasi scivolo, l’asfalto è bagnato. Non piove da un mese, però è molto umido. Alla nostra sinistra il campo di rugby, un’ondata di freddo che però mi rinvigorisce, passo avanti senza fatica, non mi sembra neanche di accelerare, e mi preparo ad affrontare la lunga salita che ci porterà di nuovo al palazzo dell’Esposizione Universale.

Sono certa che lei mi sta seguendo. Accorcio la falcata e aumento il ritmo, riprendo a respirare dal naso e improvvisamente sento dietro di me lei, il suo respiro ed il suo calore e non solo, un abbraccio ed un bacio, due dita nel mio corpo e la sua voce con lo stesso tono di quando mi incita ad andare più a fondo.

Ma non siamo nell’enorme letto d’ottone, o sul tappeto persiano bianco e azzurro, e neanche sui vecchi listelli di mogano del pavimento vecchio di oltre cinquant’anni. Siamo sull’asfalto abbastanza liscio per gli standard romani, e manca ormai poco al Palazzo dell’Ente Eur; sotto gli alberi sono parcheggiati due camper impolverati.

Non importa, c’è spazio per passare. Cattivo odore, due mattoni a far da soglia, non si muovono da tempo. So di persone che hanno perso la casa e la famiglia ma non il lavoro e vivono così, ogni tanto si spostano da una zona all’altra di Roma, mi chiedo cosa significhi essere costretti a vivere così.

Lei mi affianca per un attimo, atteggia le labbra ad un bacio: non mi meraviglio più, mi legge nel pensiero, ha capito e mi invita a non pensarci. Siamo in cima, attraversiamo le due piazze una dentro l’altra, e nel buio che si fa meno fitto comincio a sentirmi meglio. Lei me lo ha spiegato, sono le endorfine che si generano nello sforzo, in genere mi capita negli ultimi cinque minuti ma oggi abbiamo corso di più e c’è ancora un quarto d’ora almeno.

E’ tutto in discesa, bisogna stare attente, già il sabato mattina qui ci sono i resti  dei primi festeggiamenti per il week end, bottiglie, avanzi di cibo, e una volta sono scivolata, a rischio di farmi male, su un preservativo abbandonato proprio in mezzo al piazzale. Poi ne abbiamo riso, lei mi ha spiegato che il grande palazzo vagamente neoclassico è stata la sede di un partito che non esiste più, e che aveva la religione nel nome e nel programma, insomma un bel contrappasso.

Anche stamattina c’è un po’ di tutto per terra, tra le rare auto parcheggiate, ma ormai ci si vede bene e procedo sicura, rallentando appena per poi accelerare dove la piazza diventa un altro viale alberato con belle palazzine eleganti: qui non ci sono uffici, o almeno non solo, ma è sabato e ci sono poche finestre illuminate, si dorme ancora.

“Facciamo il giro lungo”. Lei mi ha affiancata di nuovo, poi passa davanti e fa l’andatura. Mi porta, di nuovo in leggera salita, fino alla chiesa tutta bianca che domina il centro del quartiere. Mi ha fatto vedere, sulle mappe di Google, che ha una strana forma quadrata, e mi ha spiegato che tutte le chiese dei francescani sono così, come quella di Gerusalemme.

Mi sento benissimo, vorrei che accelerasse e tengo senza fatica il passo. E finalmente capisco e mi viene da ridere, scendiamo per la grande scalinata e nelle orecchie mi rimbomba improvvisamente la sigla di Rocky, lei ha fatto partire il lettore del telefonino.

“Avremmo dovuto farla in salita, magari la prossima volta”.

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