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di cristinadellamore

D’accordo, su internet c’è tutto, ma guardare e toccare è un’altra cosa.

Lei ha bisogno di un computer nuovo, e poi sarebbe una buona idea comprare una nuova macchina del caffè, quella che abbiamo in casa comincia ad avere i suoi anni. E allora, sole tiepido, facciamo una corsa al piccolo centro commerciale che a lei piace tanto, mentre detesta quello enorme che è ancora più vicino ma, dice, c’è troppa gente e ci si perde sempre.

Guido io, e c’è una rotonda che detesto, anche l’asfalto pieno di buche: ma per fortuna non c’è traffico, è un’ora morta, e poi Roma si è un po’ svuotata per il ponte lungo che è appena cominciato.

Svuotata ma non abbastanza: il solito cretino si infila in tromba davanti a noi, colpo di reni e lo evito: possibile che c’è gente che ancora non ha capito come funziona la precedenza in questi casi?

“Non è che non hanno capito, è che non ci pensano proprio: passano e basta, tanto in questo caso ci facevano male noi”. Lei me lo dice quando siamo finalmente a destinazione e ci togliamo i caschi. “Sei stata brava, ma non c’è bisogno che te lo dica. O sì”?

Sì, c’è sempre bisogno, adoro avere la sua approvazione, cui si aggiunge una carezza sul fianco.

“Stasera devi rifarlo, quel movimento”, conclude.

Caschi tenuti per il sottogola, giubbotti di pelle appena aperti, facciamo un ingresso clamoroso nel grande negozio semivuoto e puntiamo per prima cosa verso il corridoio che ospita le caffettiere elettriche.

E insomma, pochissima scelta visto che per la maggior parte funzionano con le capsule, che detestiamo cordialmente: non solo diventi schiavo di un produttore, ma ti ritrovi con tanta plastica da smaltire, mentre i fondi del caffè vanno nell’umido o, meglio ancora, possono essere utilizzati per fertilizzare le piantine sul balcone; noi non le abbiamo, ma questo non significa niente. E quindi, per il momento niente da fare, l’unica che potrebbe andare bene ci sembra un po’ troppo cara, quasi duecento euro. Vedremo dopo le feste.

Computer. Qui ovviamente la scelta è molto più ampia. Lei ha bisogno di qualcosa che possa portarsi appresso senza troppa fatica, da anni utilizza netbook da dieci o undici pollici, giocattoli da trecento euro; pare però che ormai siano superati, ora i più piccoli sono da tredici pollici e costano sui seicento euro anche perché sono convertibili, si ripiegano e diventano dei tablet, e poi ce n’è uno, bellissimo col suo case in alluminio, che arriva a mille. Lei può recuperare l’IVA ma non è il caso di spendere tanto.

Il gentile commesso, magro, pallido e con le spalle strette, la barba di chi ha troppo da fare per radersela, ci guida tra i portatili da quindici pollici che costano da trecento a mille euro: sono completi di lettore DVD e pesano molto di più di quello che vorremmo, ce n’è uno che, a cinquecento euro con lo sconto, potrebbe essere l’ideale. Ma lei scuote la testa.

“Aspettiamo dopo le feste, posso ancora arrangiarmi col giocattolino vecchio di cinque anni; è lento ma lo porto nella borsetta, figuriamoci”.

Il commesso ci lascia andare con un certo rimpianto, niente vendita, tempo perso. Dopo aver messo un po’ di spazio, commento che non solo mi è sembrato preparato ma si è anche comportato correttamente, ci guardava in faccia, non le tette.

“Prova a voltarti senza farti notare”, mi dice lei. Io obbedisco, e lo vedo lì dove lo abbiamo lasciato, gli occhi fissi sui nostri fondoschiena.

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