Una brutta storia

di cristinadellamore

“Non ti ho mai raccontato del condomino dell’ultimo piano”.

Eravamo a tavola, filetto di tonno appena scottato – ci aveva pensato lei – e insalata di cui mi ero occupata io seguendo le sue indicazioni soprattutto per il condimento con poco olio, senape e yogurt. Parlava, ovviamente, dell’elegante e gentile signore con i capelli bianchi, il fisico sottile e l’avaro sorriso. Per carità, io pendo dalle sue labbra, resto con la forchetta a metà tra il piatto e la bocca: poco male, si tratta di qualcosa di verde che fa certamente bene ma è  roba più per caprette che per esseri umani.

“Il nonno gli ha venduto l’appartamento per comprare questo – una parte dei soldi ce li ha messi papà, ovviamente. Era fidanzato con la figlia della coppia che abita nell’appartamento accanto”.

Non li ho mai visti – d’accordo, io mi faccio gli affari miei, ma spesso andiamo in terrazza per stendere il bucato e passiamo davanti alla porta di casa loro.

“Sono anziani, più di novanta anni, probabilmente bloccati a letto. Avrai visto quella signora bruna, è la badante, vive lì”.

Considero di nuovo la forchetta e con una certa fatico prendo il boccone, lo mastico il meno possibile e lo mando giù.

“Lo so che non ti piace, non piace neanche a me, fai questo sacrificio. Nonno fece un sacco di soldi perché quei signori volevano tenersi vicina la figlia che già viveva nel peccato, figuriamoci. No, scherzo, me li ricordo, simpaticissimi e certamente non pensavano una cosa del genere. La figlia avrà avuto l’età di mamma ma era fisicamente molto diversa, alta e magra. Una volta papà tornò giù dal terrazzo senza riuscire a smettere di ridere, era andato a stendere le lenzuola e la aveva trovata su una sdraio, in costume, che prendeva il sole”.

Doveva essere un bel tipo, e intanto, come una bambina, sono distratta dalla storia e finisco l’insalata senza soffrire troppo.

“Ecco, una sera sono tornata a casa dall’università e non ho potuto parcheggiare la moto, grande casino, un sacco di gente e di polizia, ed il portinaio, senza smettere di sorridere come sempre, mi dice che no, devo lasciare la moto fuori, non può passare nessuno, la signorina dell’ultimo piano si è buttata di sotto”.

Sto bevendo il mezzo bicchiere di Pecorino d’Abruzzo che lei mi ha concesso per stasera e quasi mi va di traverso.

“Era proprio sotto la finestra del soggiorno, le avevano buttato un lenzuolo addosso. E sai una cosa? Era andata nell’appartamento dei genitori per buttarsi, non l’ha fatto da casa sua. Poi mi hanno detto che era terribilmente depressa, in effetti era un bel po’ che non la vedevo in giro ma non era certamente al centro dei miei pensieri”.

Proprio qui sotto, ripeto, e quasi inconsciamente lancio un’occhiata verso la finestra.

“Si vedeva il sangue che si era raccolto sotto di lei, e poi ho visto che il portinaio lavava con la pompa”.

Ecco spiegata l’espressione sempre compunta. E forse avrei preferito non saperlo, anche in un palazzo moderno possono esserci i fantasmi.

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