Companatico

di cristinadellamore

Mi trovavo ai margini della Chinatown romana, un po’ su di giri perché l’appuntamento era andato bene ed avevo chiuso una vendita, contro ogni previsione. Non avevo voglia di attraversare la città in lungo ed in largo, prima per andare in ufficio, poi per tornare a casa: una telefonata per dire alla ex stagista bionda che ci saremmo riviste domani e riceverne i complimenti (certo, aveva registrato lei il contratto) ed un’occhiata per fare il punto: dieci minuti a piedi, tutto in discesa, fino alla fermata della metro, stando attenta alle buche per non spezzare un tacco o rompermi una caviglia si poteva fare.

Con la coda dell’occhio, notai una vetrina traboccante di prelibatezze e ne venni irresistibilmente attirata.

Si trattava di un bar, ma anche di una panetteria, di una pasticceria, e insomma vendeva un po’ di tutto, purché avesse a che fare con l’appetito. Ero rimasta colpita soprattutto dai dolci, di ogni genere: sono golosa, questa è la verità. E allora sono entrata: non per mangiare, non era certamente l’ora, ma mi era venuta l’idea di fare una spesa un po’ particolare per una cena senza dover cucinare, una sorpresa per lei che era ancora al lavoro e mi aveva mandato un messaggio indicandomi l’ora prevista di ritorno.

Un vassoio di frittura mista: arancine frittelle di fiori di zucca, crocchette di patate; un altro di pizza al trancio, bianca, rossa, margherita, e per accompagnare la pizza bianca, una generosa porzione di mortadella tagliata al coltello; e finalmente i dolci, crostatine ai frutti di bosco, tortine di pasta frolla ripiena di crema e un bel tocco di strudel.

Il tutto a peso d’oro, e meno male che avevo resistito alla tentazione costituita dalle pagnotte in esposizione, di tutti i tipi, e quella più economica andava a otto eurucci al chilo.

Era anche pesante, la pizza bianca era bollente, insomma il viaggio di ritorno è stato a dir poco complicato, compreso l’ultimo tratto, quando ad un passo da casa avevo dovuto sottrarmi alle attenzioni dei gattoni che, con passo felpato, mi avevano prima seguita e poi quasi circondata.

E finalmente casa: lei era già arrivata, mi ha liberata del mio fardello e contemporaneamente baciata; mi si sono piegate le ginocchia, e non solo per la stanchezza.

Abbiamo mangiato fino a non poterne più, in una serata umida e fresca. Era rimasta parecchia roba.

“Facciamo così”, ha detto lei, “un po’ di movimento, magari ci torna l’appetito”.

Ottima idea.

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