Non solo Caramel

di cristinadellamore

Già, perché poi il caramello del film non si mangia. Magari per la depilazione sarebbe da provare, soprattutto lì dove siamo più delicate, ma insomma, sto divagando, tutto questo pippone iniziale per dire che con le amiche siamo andate a cena al ristorante libanese.

L’idea era che mangiavamo qualcosa di particolare e ci godevamo anche la danza del ventre. Sì, avete capito bene, e se una tavolata di otto donne con gli occhi da fuori e l’acquolina in bocca davanti ad una ballerina non riuscite proprio ad immaginarla, ebbene, fate uno sforzo.

Io provo ad aiutarvi. Vediamo, vecchio centro umbertino, dove Roma assomiglia a Parigi anche se l’idea originaria probabilmente era di farla assomigliare a Torino, caldo anche se non caldissimo, gradita una certa eleganza per onorare un’amica che festeggia la promozione: quindi banditi i pantaloni e macchinetta in car-sharing, che si parcheggia anche gratis e che lei ormai si è abituata a guidare, non cerca più la frizione col piede sinistro a rischio di inchiodarci nel bel mezzo di un sorpasso.

L’appuntamento è fuori, siamo tutte puntuali e facciamo un ingresso abbastanza clamoroso: la faccenda delle otto donne sorprende per primo il cameriere che ci guida al tavolo, e sì che è italiano. Agli altri tavoli, coppie.

Non chiedetemi cosa ho mangiato: era tutto ottimo, molto speziato e gradevolissimo, ho riconosciuto i falafel perché li compriamo vicino casa, dove ha aperto una pizzeria che vende anche shawerma (o kebab, se preferite) visto che più o meno da quelle parti arrivano i baffuti gestori, tutto il resto mi era sconosciuto. Innaffiata da un sauvignon che profuma di peperone, la cena è andata benissimo.

Poi, le luci si sono abbassate nel salone e si sono accese su un piccolo palcoscenico, le amiche hanno smesso di raccontare le loro disavventure sentimentali e lei mi ha preso la mano; e sul palcoscenico è salita una donna bruna, reggiseno di lustrini a contenere le tette grandi e palesemente morbide, pantaloni a sbuffo bassi in vita a mostrare un pancino rotondo ed un po’ sporgente stretti alla caviglia, morbide babbucce a nascondere i piedini che ho immaginato piccoli e curatissimi.

Alla vita, una catenella d’oro, come quella che ho sempre sognato di regalare a lei, e alle caviglie catenine con tanti pendenti, così come ai polsi. Era bellissima e sicura: guardandola meglio, mi sono accorta che doveva essere ben oltre la quarantina, con piccole rughe attorno agli occhi neri ed alla bocca che il trucco non nascondeva, anzi evidenziava.

Purtroppo la musica, molto ritmata, era registrata. Ma la donna non sembrava farci caso. All’inizio si muoveva quasi distrattamente, il capo all’indietro, gli occhi al cielo: sembrava addirittura fuori tempo. Era ferma, sul posto, piccoli sussulti. Dopo qualche minuto (ma poi mi sono resa conto che era questione di secondi, in realtà) ha preso il ritmo ed il tempo, movimenti sussultori ed ondulatori, e mi si è improvvisamente seccata la bocca, lei mi ha stretto la mano più forte e mi ha fatto quasi male, e attorno a me ho sentito, proprio sentito che tutti quanti, uomini e donne, trattenevano il respiro.

E io sono addirittura venuta quando la ballerina si è inginocchiata, e poi mi sono incazzata come una bestia, perché la ballerina guardava lei, era ad un palmo da lei e si offriva, in ginocchio, ad un palmo da lei.

Poi, quando siamo tornate a casa, glielo ho chiesto, tenendola stretta, le ho chiesto come è possibile che basti guardarla per volerla.

“Non lo so, amore”, mi ha risposto, “ma io voglio solo te”. E mi basta.

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