Piano B

di cristinadellamore

Sul piccolo schermo del vecchio televisorino in un angolo della cucina passano le immagini della tendopoli alla Tiburtina, dei bivacchi sulla spiaggia di Ventimiglia, dei gendarmi francesi che bloccano il passaggio.

Lei ha abbandonato il cespo di insalata che stava pulendo e sembra ipnotizzata; come fa sempre quando sta pensando intensamente a qualcosa tormenta un ciuffo dei sottili capelli scuri che le ricade sulla tempia e che vorrei accarezzare, proprio in questo momento.

“Per favore, puoi pensarci tu? Altrimenti stasera non si mangia, lo sai”. Lo so e la amo anche per questo: siamo lei ed io, ma lei non dimentica mai il mondo che ci circonda. Prendo il suo posto e preparo l’insalata, metto a bollire due uova e faccio a dadini un blocchetto di feta; mi volto e lei mi mette in mano il vassoietto di olive verdi.

“Vedi”, mi dice poi, dopo aver tolto il volume alla tivvù, “questa cosa mi angoscia. Siamo nate qui ma in questo non c’è nessun merito, è stato solo un caso, ho letto che tu lo scrivi sui blog politici quando si discute di reddito di cittadinanza. Il ragionamento vale anche all’incontrario: noi siamo qui e ci chiudiamo a riccio, dopo aver derubato l’Africa per mezzo millennio, a cominciare dallo schiavismo”.

Sciacquo le ulive e comincio a snocciolarle: a lei piace di più così, ed è un lavoro che adoro fare per il suo piacere.

“Allora, domani pomeriggio faccio un salto a quel Centro sulla Tiburtina, vedo se possiamo aiutarli in qualche modo. Poi ci andiamo assieme, magari dopodomani”.

Le uova sono sode, metto il bollitore sotto il getto dell’acqua fredda per raffreddarle e sgusciarle senza scottarmi. Però non possono restare qui, questi poveretti, dico.

“Ovviamente no. E soprattutto non vogliono farlo. E li capisco benissimo, qui stanno male gli italiani, figurati loro. Molti hanno parenti altrove, in Francia, in Germania, e desiderano raggiungerli”.

Proprio lì dove non li vogliono, insomma. A lei piacciono anche i pomodorini, ne aggiungo una manciata dopo averli tagliati a metà.

“Insomma, non ci sono possibilità che gli altri Paesi europei li prendano con le buone, c’è una specie di accordo secondo il quale i richiedenti asilo devo essere identificati nel Paese d’ingresso”.

Rimane da affettare la cipolla di Tropea, non troppo sottile: sono anche belli da vedere gli anelli bianchi con il bordo rosso scuro. Cosa sarebbe questa storia dei richiedenti asili? Non sono migranti?

“Nessuno migrerebbe nel modo in cui lo fanno loro se non fosse costretto. Scappano dalle guerre, per la maggior parte, ed hanno diritto alla protezione umanitaria”.

Quindi non sono clandestini: non l’avevo capito. Considero la bottiglia di olio extravergine: ce n’è abbastanza per stasera, poi bisognerà ricomprarlo. Condisco l’insalata e chiedo quale potrebbe essere la soluzione.

“Una sola, ma ci vogliono le palle. Fa parte del compito dello Stato di prima accoglienza: diamo a tutti un visto Schengen – ne hanno diritto – ed un biglietto fino alla frontiera. E vediamo come reagiscono crucchi e mangiarane”.

L’insalata è pronta: per adesso sono più interessata a come reagisce lei. Se sarà soddisfatta, riceverò il meritato premio.

Annunci