Fuori tempo massimo

di cristinadellamore

Non è il giorno migliore per provare una ricetta nuova e complicata. Ma a lei piacciono tantissimo le polpette di baccalà che le portano al ristorante di pesce, quello con la cameriera bionda e col piercing sulla lingua che mi sembra sempre troppo affettuosa, e allora va bene, approfittiamo della domenica, e se saltiamo un pranzo lì io sono solo contenta.

C’è da lessare mezzo chilo di baccalà già bagnato (“La nonna diceva ammollato”, ha sorriso lei), e spellarlo e spinarlo mentre facciamo cuocere allo stesso modo tre patate.

L’acqua bollente arroventa la nostra piccola cucina, e sì che indossiamo solo le t-shirt xxl che d’estate sostituiscono le morbide tute di cotone felpato: lei sembra pronta per il concorso “Miss maglietta bagnata” e a giudicare da come mi guarda mentre cerco una per una le spine che per fortuna sembrano delle scimitarre e si trovano facilmente anche io sono più o meno nelle stesse condizioni.

Lei pela le patate bollenti con gesti precisi e sicuri, le bucce finiscono nell’umido, a me viene voglia di baciarle le mani e leccarle le dita una per una; invece mi viene affidato il compito di schiacciare i tuberi, lei mi consegna uno strano arnese che deve essere usato con parecchio olio di gomito.

Sento il suo sguardo su di me mentre mi affanno e mi impegno e faccio a pezzi le patate, quindi accentuo i movimenti e faccio ondeggiare il seno e ancheggio e vengo ricompensata da una carezza proprio dove sono più sensibile.

E’ il momento di mischiare tutto, patate schiacciate e baccalà a pezzetti, aggiungere due uova e amalgamare l’impasto con l’aiuto di cinquanta grammi di pecorino grattugiato.

C’è qualcosa che non va: le polpette che ci servono sono bianche, l’impasto invece è giallo.

“Troppe patate”, dice lei, “le dosi che ho trovato su internet sono sbagliate”.

Ma andiamo avanti: con l’aiuto di un cucchiaio formiamo le polpette, le passiamo prima nella farina, poi nell’uovo sbattuto e infine nel pangrattato; ad aumentare ulteriormente la temperatura c’è la padella piena d’olio che comincia a sfrigolare.

“Poche per volta, non abbiamo fretta”, mi ricorda lei. E’ uno spettacolo vedere le informi palline giallastre che si gonfiano e si bruniscono; lei maneggia con mano ferma il mestolo forato, le estrae e le deposita sulla carta gialla assorbente; trova anche il tempo di stappare una bottiglia di profumatissimo chardonnaye friulano.

“A tavola, la frittura va mangiata bollente e con le mani”.

Obbedisco. Le polpette sono ottime ma il baccalà si sente poco. Visto che svuotiamo la bottiglia non è una domenica sprecata, lei dovrà chiedermi scusa per l’errore e ho già in mente la penitenza.

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