Prima della prima

di cristinadellamore

Trucco a posto, rossetto chiaro e un po’ di ombretto in tinta con i miei occhi, abito a posto, tailleur grigio, camicetta di seta bianca, calze velatissime con la riga e decolté lucidi: sono pronta. Pronta per la mia presentazione dietro una specie di podio trasparente, e alle mie spalle scorreranno le immagini di un paio di clip preparate dai nerd della produzione. Ho controllato anche quelle, e non a caso: nel corso di una riunione a un certo punto sui nostri computer è partito una specie di cartone animato che mi raffigurava come una supereroina, ma con le tette al vento, grandi risate, me ne hanno passato una copia e mi hanno giurato di aver distrutto l’originale, ma è meglio non fidarsi, c’è qualcuno tra i miei colleghi che lo considererebbe un bellissimo scherzo.

Mezz’ora fa lei mi ha salutata con un bacio sulla punta del naso e poi è andata ad occuparsi del pubblico, ovvero un centinaio di potenziali clienti, alla testa di una dozzina di diciottenni bionde e tettute che fa sparire con la sua sola presenza. La vorrei più vicina, ma pazienza, è già tanto che mi abbia seguita fin qui, a seicento chilometri da casa, e mi abbia tenuta stretta per tutta la notte, ripetendomi che sarebbe andato tutto bene e che sarei stata bravissima; alla fine ci ho quasi creduto e mi sono addormentata come una bambina.

Ci siamo, un educato applauso mi accoglie al mio ingresso nella sala, un brusio di commenti con cadenza padana e prima che le luci si abbassino la vedo all’altezza della prima fila, in piedi, gli occhi fissi su di me, un sorriso che solo io posso decifrare sulle labbra.

Mi butto: ho imparato a memoria le presentazione, l’unico problema è sincronizzarmi con i filmati che per fortuna potrò vedere con la coda dell’occhio. Abbiamo provato e riprovato, limato e tagliato: non più di un quarto d’ora, altrimenti l’attenzione di questi maschi più o meno alfa – sono amministratori delegati, direttori generali e simili delle mille e mille piccole e medie imprese del nostro Nord freddo ed industriale – verrà meno.

Saluto, sorrido e attacco con la lezioncina. Mi sento addosso tantissimi occhi, mi viene voglia di abbandonare il copione e di invitare tutti a guardare lo schermo e non le mie tette ma me la faccio passare, come passano i quindici minuti e arrivo al fatidico: “Ci sono domande?” che in genere gela l’uditorio, ma stavolta si alzano mani in quantità, le hostess porgono i microfoni, e per fortuna nessuna fa la bella pensata di chiedermi il numero di telefono o se sono libera stasera.

Dovrei guardare il pubblico ma guardo lei, ogni volta che apro bocca. E ogni volta lei sorride e mi fa un piccolo cenno di assenso. Mi sento caldissima ma non sono a disagio, e per fortuna sono in grado di rispondere a tutti: mi sa che ne sanno meno di me, di questa materia.

E’ il momento di lasciare il palco: bisogna concludere qualche affare, adesso, siamo qui per questo. Avevamo pensato di fare un break e di portare gli ospiti al buffet, ma poi lei ha detto che era meglio di no, si rischiava di far sciogliere la tensione. Le hostess, quindi portano vassoi con qualcosa da sgranocchiare e anche lei partecipa e aiuta, ed io vedo la sorpresa negli occhi dei clienti che se la trovano davanti ad offrire salatini e pretzel, intanto scendo dal podio e raggiungo una specie di trespolo piazzato più in basso; lì c’è il mio computer, dalla sede potranno seguire il progresso negli affari. Peccato però che si crei una coda; ci pensa lei, afferra un microfono ed invita gli ospiti a restare comodi, offriremo anche qualcos’altro da bere, si potranno accomodare uno alla volta.

Non ci avevo pensato, me lo devo ricordare. Vado col pilota automatico e chiudo una decina di contratti; si tratta di gente sconosciuta, in amministrazione hanno fatto controlli a campione sugli invitati, e comunque non sono io a dovermi preoccupare anche di questo, come non dovrei preoccuparmi di un altro problema, e cioè se questi signori in giacca e cravatta che vengono ad accomodarsi davanti a me non si negano una bella sbirciata nella mia scollatura prima di sedersi. Invece penso a come sarebbe bello, quando avremo finito, infilarmi in una vasca piena di acqua bollente e farmi massaggiare le spalle contratte da lei. Troppo nervosismo, e poi meglio non pensarci, cambiati i programmi all’ultimo momento ripartiremo appena avremo finito, niente camera e niente vasca, se ne parlerà a casa.

L’ultimo è un ragazzone con tanti capelli e occhiali spessi. Avrà la mia età, molto più giovane di tutti gli altri; curiosamente non mi ha guardato le tette e invece fissa i suoi occhi ingigantiti dalle lenti correttive nei miei. E’ uno sguardo strano, ritorno sulla terra staccando il pilota automatico , mi accorgo che il mio sorriso da commerciale in servizio permanente effettivo si spegne.

E insomma, questo tizio non vuole comprare ma vendere, mi passa il suo biglietto da visita ed una cartellina, mi chiede se da noi ci sarebbero possibilità di lavoro. Come ha fatto ad imbucarsi qui dentro? Non mi interessa, ma passerò tutto a chi di competenza, mi alzo per congedarmi e congedare il pubblico. Lei mi fa un altro piccolo cenno: d’accordo, cominciate pure, annuisco, è il momento di distribuire i miei biglietti da visita, ovviamente quelli di lavoro, soprattutto a chi non si è accomodato davanti a me per comprare.

E poi è di nuovo il momento di rifugiarmi in bagno, soffocare un conato di vomito, e di trovarmi lei accanto senza aver capito da quando è lì.

“Cambiati, per il treno abbiamo abbastanza tempo, vorrai viaggiare comoda”, mi dice, e dal suo trolley estrae i miei jeans preferiti, ed io mi spoglio lì, davanti ai lavandini, e non riesco neanche a dirle grazie.

“Mi ringrazierai quando ti sarai rilassata, abbiamo tutto il tempo, anche in treno”, ha sorriso ripiegando cautamente il mio tailleur per riporlo nella mia valigetta. Ed io mi sono augurata che il viaggio durasse abbastanza a lungo per starle accanto e sentirmi bene, come sempre quando lei c’è.

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