Esperienza

di cristinadellamore

Tra le tante cose che lei mi ha gentilmente insegnato c’è anche apprezzare un buon bicchiere di vino. Intendiamoci, niente di complicato, né io e né lei siamo in grado di distinguere un annata da un’altra di Brunello o Sassicaia (che tra l’altro costano troppo, e non compriamo), e nemmeno possediamo l’immaginifico vocabolario dei grandi esperti. Sono però in grado, grazie a lei, di riconoscere un buona bottiglia e di abbinare senza troppi errori il vino al cibo.

Ogni sabato pomeriggio passiamo una mezz’oretta nell’enoteca a due passi da casa, dopo aver deciso che il grande supermercato dell’alimentare di lusso è troppo dispersivo ed altre famose enoteche della Capitale in realtà non meritano il viaggio.

Il titolare era un amico dei suoi genitori, ed è affiancato dal figlio, che di lei è più o meno coetaneo e, le prime volte, sembrava anche abbastanza interessato alle nostre curve; poi ha fatto più di un passo indietro e si è trincerato dietro una discreta professionalità ed una gentilezza da bravo venditore.

L’ultima volta dovevamo fare una spesa un po’ più ampia delle solite due bottiglie, un bianco ed un rosso, che prendiamo di solito: la cantina di casa è semivuota ed abbiamo in programma una cena con le amiche.

Io scruto incuriosita le etichette, lei discute amabilmente di abbinamenti con padre e figlio, approfittando di un momento di stanca nel flusso della clientela, poi sento una carezza morbida alle caviglie e sobbalzo, rischiando di frantumare qualche migliaio di euro di bottiglie pregiate.

“E’ un bel gattone”, dice lei, e si china elegantemente per accarezzarlo: la breve gonna aderente risale molto in alto sulle cosce ed il sangue mi va subito alla testa. La voglio, improvvisamente, e detesto che ci siano estranei a guardarla. Ma è un attimo, lei si rialza tenendo in braccio un tipico gatto di strada, metà certosino e metà tigrato, che si è girato pancia all’aria e si lascia accarezzare sul ventre grigio scuro muovendo pigramente la coda ad anelli ocra e marroni.

Il titolare sembra spaventato e dice di stare attenta, potrebbe graffiare. “Ma no”, risponde lei, “gli piace, ha bisogno di coccole”. E mi accorgo che lei carezza il gattone ma guarda me e improvvisamente mi si piegano le ginocchia e mi si bagnano le mutandine.

Lei depone il gatto sul pavimento, e lo vedo acciambellarsi ai suoi piedi: lo invidio, non vedo l’ora di imitarlo, e lei lo capisce. Ci carichiamo le dieci bottiglie che abbiamo comprato e quasi scappiamo via; il gatto vorrebbe seguirci ma per fortuna il figlio del titolare chiude la porta alle nostre spalle.

Meglio così, non voglio terzi incomodi.

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