Risotto per uno

di cristinadellamore

Anzi, per una. Me lo merito, dopo una giornata al galoppo attraverso Milano, che per me rimarrà, fino a nuovo avviso, una sequela di viali umidi, un cielo grigio ed un continuo, basso ruggito di traffico.

L’albergo in cui sono scesa appena arrivata, ebbene, l’ho scartato subito: periferia squallida, classico non-luogo direbbe lei, non ci sono nemmeno buoni collegamenti; per di più, non mi è sembrato neanche pulitissimo, le stanze sono piccole e la sala riunioni che vorrebbero affittarci è cupa e cavernosa. Non da ultimo, al mattino dopo, la colazione era composta da caffè bruciato, latte inacidito, cornetti stantii e solitarie fettine di formaggio giallo e rinsecchito. Certo, il mio giudizio è così severo anche perché ho dovuto passare la notte da sola, mentre lei era a seicento chilometri da me; ho firmato il conto, aspetteranno tre mesi per il saldo, e mi sono fatta portare in centro.

Lì, quasi uno accanto all’altro, c’erano i due alberghi, un po’ più cari, che pure ci avevano inviato i loro preventivi. Sono entrata nel primo, ho preso possesso di una stanza decisamente più confortevole ed ho ispezionato, assieme ad una gentile vice direttrice, i locali destinati alle riunioni: insomma, erano sempre sotto terra, ma mi sono sembrati più gradevoli ed ariosi, specialmente uno, fatto ad anfiteatro.

Avevo un appuntamento con una società di servizi; grazie a Google Maps sapevo che ci potevo arrivare a piedi, ma quello è stato il meno. Tre ore di riunione, presentazione col computer ed il proiettore, l’orribile Power Point, tante parole per mostrare quanto sono bravi, e quando ho potuto fare la mia domanda la risposta di un tipo biondo tinto, stretto in un completo troppo piccolo di una misura è stata: “Forse trenta partecipanti. Veda signorina, la sua azienda qui non è molto conosciuta”.

Bravo pirla, per questo ci rivolgiamo ad un cretino come te. Naturalmente non ho potuto rispondere così, mi sono limitata a fargli notare che sotto i cinquanta partecipanti non era neanche il caso di perdere tempo e soldi. Il tizio (vi ho detto che parla come Berlusconi, e già questo basta a farmelo odiare profondamente?) si è rivolto terrorizzato alla sua assistente, uno scricciolo in tubino nero con una gran testa di capelli rossi e ricci, che ha detto sì, certo, potremo arrivare anche a sessanta, c’è sempre interesse quando si presenta un nuovo fornitore sul mercato, certo che in quel caso ci vorranno almeno dieci hostess.

Nove, rispondo io, la decima la forniamo noi. Ovviamente non lo dico, ma sarà lei, anche stavolta la voglio accanto a me. Ci lasciamo con una stretta di mano, il pirla biondo è sudatissimo, lo scricciolo rosso mi sorride, forse sta pensando che è stato gradevole vedere il suo capo messo in difficoltà da una donna.

Altro albergo: e questo è bellissimo, un po’ liberty. Mi innamoro appena entro ma riesco a non farlo vedere; tiro sul prezzo, faccio capire al vice direttore alto e bruno, bello e certo di esserlo, che abbiamo proposte migliori, mi riservo una risposta nel giro di quarantotto ore d evito un abbraccio molto poco professionale quando ci salutiamo.

E finalmente il risotto, dopo essere stata a lungo a mollo in una vasca di acqua calda profumata con i sali da bagno gentilmente offerti dall’albergo di cui non ci serviremo; a Milano, scopro, si mangia molto più presto che a Roma, e meno male, visto che sono stanca, ho fame e mi sento sola.

Il cameriere, capelli e baffi grigi e l’aria di chi ha visto tutto quello che si può vedere ed anche qualcosa di più, mi suggerisce di abbinarlo ad una bonarda dell’Oltrepò Pavese e mi propone anche una cotoletta. No, grazie, so che è qualcosa di diverso e molto più buono delle fettine panate che a Roma spacciamo per cotolette ma non voglio esagerare. E poi sono sola al tavolo, non ho voglia di restarci troppo a lungo.

Ho fretta di tornare in albergo, spogliarmi, indossare di nuovo le sue mutandine ed andare a letto: mi sembrerà di essere con lei, e sussurrerò il suo nome prima di addormentarmi.

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