Pendolarismo urbano e no

di cristinadellamore

“Che bello, tu che vivi a Roma”.

Quante volte me l’hanno detto, e lo hanno detto anche a lei, anzi a lei prima di me sicuramente, gli amici ed i conoscenti del paesino lucano. Salvo meravigliarsi quando spieghiamo loro che posso fare anche venti o trenta chilometri senza uscire dalla città, nel traffico e nel caos, e adesso guardiamo con terrore al natale che si avvicina, con l’ulteriore aumento di caos e traffico, che devo affrontare ormai da sola.

Tutto questo per dire che ho finalmente preso la patente per la moto, accidenti, e quindi potrei dire basta alle ore di viaggio sui mezzi pubblici, alle palpate tra la folla, alla paura di immergermi nelle viscere della Stazione Termini quando devo cambiare linea, magari è tardi, c’è poca gente in giro e da ogni angolo buio potrebbe saltare un malintenzionato.

Però ci sono dei lati positivi: per esempio ho il tempo di leggere qualcosa, e mi sono specializzata nell’incastrarmi in un angolo prima di immergermi nel libro che ho scelto per tenermi compagnia, in genere uno della sua libreria, roba che qualche volta aveva comprato suo padre, e di cui magari avevo sentito parlare e non avevo mai letto.

E poi non mi sento ancora abbastanza sicura di dominare la sua moto. Tanto che lei mi ha detto che magari per natale stava pensando di regalarmi uno scooter, più leggero e maneggevole, ma poi si è detta che non era il caso, ed è giusto e vero, perché quello che fa lei posso farlo anche io, ho soltanto bisogno di fare un altro po’ di pratica.

E così, improvvisamente, ieri me la sono trovata davanti, all’uscita dal lavoro, appoggiata alla moto, tutta vestita di pelle e con due caschi sottobraccio. Non solo, aveva anche uno zainetto che mi ha allungato con un gesto che non ammetteva repliche e l’ordine di tornare indietro e di cambiarmi, dal momento che indossavo tailleur, decoltés ed impermeabile.

Sorprendendo i colleghi tiratardi che avevo già salutato mi sono chiusa in bagno e nello zainetto ho trovato la tuta di pelle e gli stivaletti; dal bagno dell’ufficio sono uscita come una perfetta biker,  e come tale ho provato a comportarmi, un po’ arrogante e molto sicura di quello che facevo; lei mi aveva detto, salendo sul sellino posteriore: “Sei tu che guidi, decidi tu”.

Dopo un paio di sbagli per fortuna non irreparabili, tipo passare alla marcia più alta troppo presto, ho preso fiducia, confortata dalle sue mani attorno alla vita; ho potuto finalmente chiedermi “ma dove la porto? Non ho più voglia di tornare a casa”, e nonostante il buio, il freddo e la pioggerellina all’ultimo incrocio ho tirato dritto; lei era tranquilla e silenziosa alle mie spalle, la sentivo vicinissima e contemporaneamente distaccata, chissà a cosa stava pensando.

C’era anche traffico, per i primi chilometri, poi abbiamo lasciato la statale per una tortuosa provinciale, ho scalato un paio di marce cercando di ricordare la successione delle curve: d’estate percorrevamo stesso quell’itinerario, lei guidava ed io mi godevo il viaggio e soprattutto la sua confortante sicurezza.

“Siamo arrivate”, ho detto finalmente mettendo un piede a terra. Davanti a noi, oltre le dune, il mare nero che faceva sentire la sua voce con l’aiuto di un venticello fresco. L’avevo portata lì dove ricordavo che c’era l’ingresso della nostra spiaggia preferita ed un ristorante, ma era tutto spento e chiuso.

Con una sicurezza che in realtà non provavo ho dato un calcio al cavalletto laterale ed ho spento il motore lasciando la prima ingranata, come mi ha insegnato lei. Siamo scese, una dopo l’altra, e ci siamo tolte il casco, per respirare l’aria fresca ed umida. I suoi occhi scuri luccicavano nella luce fioca dei lampioni distanti e mi sono sentita improvvisamente le gambe molli, mentre un gran calore mi riempiva lo stomaco: avevo voglia di lei.

Che ha sorriso e mi ha detto: “Sì, anch’io. Ce la fai a portarci a casa”?

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