Ai nostri piedi, la città

di cristinadellamore

E’ estate, il palazzo è semivuoto, e ci vengono delle idee. Vengono a me e lei le perfeziona, o magari è l’inverso.

Molto dopo il tramonto, siamo salite fin sul terrazzo condominiale, ci siamo chiuse dietro le spalle la porta di metallo che dovrebbe impedire a qualche male intenzione con capacità acrobatiche di raggiungere i pianerottoli e per prima cosa abbiamo atteso che i nostri occhi si abituassero alla penombra.

Intorno, il barbaglio della città, le luci delle strade, quelle dei palazzi vicini.

Ci conosciamo a memoria e ci troviamo anche nel buio più fitto, e ci siamo baciate a lungo. Poi lei ha esibito le manette di cuoio. Le ho prese ed ho fatto per indossarle, ma lei ha detto di no e mi ha chiesto di mettergliele e di stringere bene le fibbie. Poi si è appoggiata ad un sottile pilastro che, con altri, regge la tettoia sotto la quale stendiamo i panni nei giorni di pioggia.

Era chiarissimo quello che voleva e l’ho accontentata, le braccia tirate indietro, i polsi uniti dal moschettone.

L’ho baciata di nuovo, con più furia, cercando il fondo della sua gola con la lingua, e intanto le ho stretto i seni attraverso la lunga tunica bianca che la copre fino ai piedi lasciandole scoperte le braccia e che adoro vederle addosso.

Ho sentito i capezzoli che diventavano duri e sporgenti contro il palmo delle mie mani ed ho preso a tormentarli dolcemente soffocando i suoi gemiti con le mie labbra.

La sua bocca stava cambiando sapore, e allora di colpo ho stretto più forte e le ho morso la lingua, e lei si è abbandonata ed è venuta come più mi piace sentirla, tremando e piangendo di felicità.

Prima di liberarla, le ho fatto promettere che la prossima volta toccherà a me essere incatenata qui, e lei ha aggiunto che ricorderà di portare anche il fustino.

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